05/09/2014

L'AMORE CHE RESISTE

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Amare senza innamorarsi, senza correre rischi, come declamano le pubblicità dei siti d'incontri. Essere sempre pronti a nuove offerte d'amore, nella consapevolezza - confermata degli studi neuroscientifici - che l'ebbrezza del primo incontro ha vita breve. In un mondo ipersessualizzato e rassegnato a rapporti da consumare, Massimo Recalcati (Non è più come prima) si pone controcorrente intonando un «cantico dedicato all'amore che resiste e che insiste nella rivendicazione del suo legame con ciò che non passa», un sentimento che sa rinnovarsi proprio aprendosi alla realtà dell'altro, e che trova nel perdono uno strumento per donarsi futuro e vita.

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L'amore liquido baumaniano è ormai confermato dai neurologi e dal livello di serotonina che, ripetono quest'ultimi, scende dopo appena sei mesi di rapporto di coppia. L'amore deve allora incorporare l'idea di tradimento e parlare di tradimento significa, secondo lo psicanalista lacaniano Recalcati, parlare di reale. Quel reale che si presenta spesso con l'esperienza del trauma. Allora chiediamoci pure: che cosa è l'esperienza traumatica?  Prediamo in considerazione un esempio: Jean Améry, scrittore austriaco e partigiano, nel 1943 è stato arrestato e poi torturato dalle SS e dalla Gestapo. Améry racconta che il trauma non è stato nell'arresto. Il trauma è stato il momento del primo pugno. Dal primo giorno in cui decise di militare nella resistenza, Améry era al corrente di questa possibilità, sapeva che, un giorno o l'altro, la fine e la cattura sarebbero potute accadere. Eppure non erano reali. Il momento del pugno è il momento della transizione dal sapere al sentire; l'esperienza di questo passaggio è il trauma.   Allora torniamo all'amore. L'innamorato sa, e questo sin dal primo istante, che l'amore può finire ad ogni momento, che non c'è nessuna certezza e che probabilmente il suo amore non durerà. Cerca allora i giuramenti dell'altro, il favore dei segni e dell'astrologia. Lo sa ma non lo sente. Poniamo che il tradimento un giorno arrivi, l'altro lo scopre, la storia finisca. Ma immaginiamo che di lì a poco il colpevole scopra che il suo amore per l'altro continua. L'innamorato si rende allora conto che quello che temeva e sapeva passa dal sapere al sentire. Sente la mancanza di fondamento (Heidegger), l'angoscia (Kierkegaard). Scopre la perdita della promessa, la fine della sicurezza, il venir meno di tutto quel tempo durante il quale, piano piano, si è costruita la vita a due. Svanisce la fiducia, sorge l'insonnia, si è avvolti di depressione. Il corpo realizza il trauma e con esso il reale. Allora chi è stato abbandonato torna, vuole ricominciare, chiede di tornare. L'altro vive l'esperienza più sublime e atroce che ci sia: un ennesimo trauma, ma più sconvolgente di quello dell'abbandono.  Nel trauma della morte, la perdita dell'altro è accettata quando la figura che viene a mancare s'interiorizza, passando così dalla realtà al sentimento. Viene definito 'elaborazione del lutto'. Il trauma di un amore che finisce richiama la stessa dinamica. Nel trauma del tradimento e del perdono invece, l'atro non sparisce, non finisce. Non c'è passaggio dall'esterno all'interno, dalla materialità all'immaterialità. Nell'eventuale perdono, la rielaborazione deve fare i conti con l'altro che ritorna nella realtà, con l'esterno, con il mondo, con il credere, per fede, ad una resurrezione su terra.  

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