05/09/2014 - Lavagne. Anatomia di una frase

PAROLE SPECIALI, TRA SUONI ED EMOZIONI

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Per comunicare nel mondo disponiamo di un ricco vocabolario di nomi, verbi, aggettivi e avverbi. Ci sono poi parole speciali, che si comportano in modo anomalo e per certi versi fanno eccezione alla grammatica, come le onomatopee, gli insulti, le esclamazioni. In questo incontro parleremo di come nascono e si sedimentano queste parole speciali, che rispecchiano l'interazione tra il linguaggio, la nostra esperienza del mondo e le nostre emozioni.

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Se pensavate che le parolacce non potessero causarvi assuefazione, vi sbagliavate di grosso. Se pensavate che le parolacce fossero tutte uguali, idem. In Piazza Mantegna, Valentina Bambini, per il terzo appuntamento dedicato al linguaggio, rivolge la propria attenzione alle parole 'speciali'. Parole (onomatopee, parolacce ed interiezioni - queste ultime non trattate) che usiamo in quantità insignificante (circa l'1% del nostro vocabolario) ma che, dal punto di vista della neurolinguistica, sono assolutamente interessanti per analizzare il comportamento del nostro cervello. Le parolacce, ad esempio, non sono, come molti potrebbero pensare, tutte uguali. Si possono dividere in quattro grandi gruppi a seconda dell''oggetto' al quale si rivolgono: quelle con riferimento al sovrannaturale; quelle che nominano fluidi corporali o parti del corpo; quelle legate alla dimensione sessuale - ma in termini di perversione - e, infine, quelle indirizzate ad altri gruppi sociali o etnici. Ognuno di questi gruppi è connesso ad emozioni basilari come paura, odio o disgusto ed hanno in comune la capacità di evocare nell'ascoltatore emozioni negative: quasi una sorta di compartecipazione. Immaginatevi, poi, questo esperimento: un gruppo di volontari vengono invitati ad infilare il braccio in una bacinella con dell'acqua gelata ripetendo una lista di parole a caso. La resistenza media è di un minuto e mezzo. Immaginatevi un altro gruppo di persone che ripete l'esperimento ma, invece di pronunciare parole a caso, dice parolacce. Il beneficio analgesico dell'inveire è palese: i volontari della seconda versione dell'esperimento riescono a tenere il braccio più a lungo immerso nell'acqua gelata e la loro percezione del dolore si abbassa; questo resta valido nella misura in cui i volontari di cui sopra, siano degli sboccati medi (80/90 parolacce al giorno); per i professionisti dell'imprecazione i benefici non sono più così vistosi e siamo, in quest'ultimo caso, davanti agli assuefatti della parolaccia. Oltre al beneficio analgesico il parlare 'sporco' ha il merito di veicolare messaggi aggressivi, fungendo quindi da valvola di sfogo dell'aggressività, e di attivare aree del cervello sottocorticali preposte all'elaborazione delle emozioni. A meno che non corriate il rischio di diventare coprolalici, possiamo, rivoluzionando il vecchio proverbio, dire: «Una parolaccia al giorno toglie il medico di torno». Il secondo gruppo di parole speciali analizzato dalla Bambini sono state le onomatopee. L'onomatopea si definisce a partire da due caratteristiche fondamentali, anzi tre: si riferisce ad un suono, lo imita e vìola l'arbitrarietà del segno. Partendo dal presupposto che il legame tra oggetto e parola sia arbitrario e convenzionale, tale arbitrarietà cade, quando parliamo di onomatopee, proprio in virtù di quel riferimento imitativo che contengono.   Altamente utilizzate nei fumetti e nel linguaggio infantile (anche da parte di adulti che si relazionano ai bambini), le onomatopee sono l'appiglio a partire dal quale i bambini iniziano a comprendere il linguaggio e quindi, di riflesso, il mondo e i suoi complessi di atmosfere, suoni, colori, emozioni ed intuizioni. Servono a noi, ormai adulti e parlanti, a riconoscerci nei suoni dei nostri umori o a dare un suono ai nostri umori. E mentre, alla fine dell'incontro, il sole scende e ci lascia in penombra sulla Piazza Mantegna che lentamente si spopola,  nel cielo «le stelle lucevano rare tra mezzo alla nebbia di latte: sentivo il cullare del mare, sentivo un fru fru tra le fratte».

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