06/09/2014 - Un'idea di città

OSSERVARE IL PAESAGGIO DA UNA PANCHINA

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La cultura occidentale ha cresciuto lungo i secoli una sofisticata relazione tra la percezione sempre più consapevole del paesaggio e i luoghi da cui godere al meglio questa condizione. La storia della panchina, uno degli oggetti più semplici e silenziosi della nostra storia, ci accompagna in questo dialogo tra Michael Jakob, studioso di storia e teoria del paesaggio ed autore di Sulla panchina, e l'architetto Luca Molinari come traccia originale per rileggere la storia del nostro paesaggio.

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Michael Jakob è professore di Storia e Teoria del paesaggio a Losanna, ma anche di Letterature Comparate a Grenoble. L'architetto Luca Molinari, che l'ha incontrato sabato 6 settembre al Festivaletteratura lo presenta come «una figura trasversale che negli anni ha dato un grande contributo alla rilettura dell'idea di paesaggio», un'idea dalla storia breve e mai molto considerata, neppure in architettura. Un'importante riflessione a riguardo è quella contenuta nell'ultimo saggio di Jakob, "Sulla panchina", edito in Italia da Einaudi, in cui lo studioso ripercorre l'evoluzione di un oggetto quasi banale ma necessario nello spazio pubblico, attraverso aneddoti storici e letterari, saltando da Rousseau a Lenin. «Ci sono due motivi per cui ho deciso di raccontare le panchine: in primo luogo perché chi si occupa di paesaggio prima o poi finisce per imbattersi in questi oggetti, e in secondo luogo perché la panchina è un elemento fondamentale nell'analisi dello sguardo». Lo scrittore invita a riflettere sull'artificiosità dello sguardo, influenzato storicamente, socialmente, fenomenologicamente, e spiega come la staticità delle panchine costringa chi vi si siede a osservare una determinata porzione di spazio da una determinata posizione. La storia della panchina inizia nel Trecento, quando la città inventa il concetto di 'paesaggio'. Paesaggio è ciò che sta al di fuori, è quella natura che inizialmente va temuta ma piano piano diventa conosciuta, grazie alla mediazione dei giardini. Giardini che diventano luoghi didattici, in cui le panchine hanno un ruolo polisemico: da un lato sono luoghi della sosta e del riposo, dall'altro un oggetto su cui iscrivere massime filosofiche. A partire dal Settecento, il giardino non è più il luogo della «passeggiata degli occhi» in cui la panchina è utilizzata come luogo privilegiato di osservazione, ma diventa il luogo della riscoperta della natura (seppure artificiale), in cui ci si siede per riflettere. La panchina è il luogo dell'introspezione. Il suo ruolo cambia ancora nell'Ottocento, diventa il luogo della rappresentazione della vita borghese, il luogo della messa in scena delle proprie relazioni sociali. «Dagli impressionisti a Diane Arbus la panca urbana è un laboratorio in cui studiare l'alterità», perché ospita una nuova qualità della solitudine: essere seduti vicini e non sapere comunicare. Luogo problematico fino agli eccessi del Novecento, in cui la panchina diventa un oggetto ambivalente che democraticamente accoglie tutte le nevrosi di una società che non ha più coscienza del paesaggio: dalla solitudine dell'anziano a quella del barbone, dall'incontro degli innamorati a quello degli immigrati. Nella contemporaneità («per aggiungere un capitolo che manca nel libro» suggerisce Molinari) la panchina è elemento fondamentale per dimostrare che una civiltà funziona e si impegna dare una risposta ad un importante quesito: a chi appartiene lo spazio pubblico? «Al giorno d'oggi non esiste una realtà unitaria a riguardo, certo il mio libro è anche un 'pamphlet' contro la diffusa mancanza di un'architettura del paesaggio» dice Jakob. «Ripenso spesso a una bellissima panchina di Villa Durazzo-Pallavicini a Genova, il cui paesaggio è stato distrutto dalla costruzione di un'autostrada. Ecco a cosa serve l'architettura del paesaggio, a risanare tutte le distruzioni».

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