11/09/2004

LA DISCUSSIONE
. Racconto di quattro avventori ertani e un oste sulla verità mancante del Vajont


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La tragedia del Vajont è entrata nella vita di Mauro Corona quand'era poco più di un bambino: la scuola media di Lungarone, che Corona frequentava, fu spazzata via dalla piena della diga, come tutto il paese. E su quell'evento lo scrittore ertano ha scritto ("Il volo della martora") ed è tornato più volte, ma qualcosa ha ancora da dire. Introduce Bruno Gambarotta.


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Italiano

«Ma non c'è una bottiglia di vino al posto dell'acqua?»: questo il singolare e spiritoso incipit dell'invece assolutamente lucido e appassionato Mauro Corona, testimone diretto dell'immane tragedia del Vajont, «l'11 settembre italiano, seppur accuratamente occultato», come sottolinea lo stesso scrittore ertano. Corona, allora tredicenne, ha ancora qualcosa da dire sulla vicenda: qualcosa che, riconosciuti i dovuti meriti, va oltre e più a fondo dei tentativi di ricostruzione di Paolini e Martinelli, qualcosa che nessuno ci ha raccontato o ha voluto raccontarci, ma che è vivo nella sua memoria e vuole uscire allo scoperto. Così, leggendo alcune pagine del suo pezzo teatrale, ripercorre la più che mai viva denuncia contro l'assenza di un dopo-Vajont mediatico, l'ignobile tariffario-risarcimento-vittime stilato dall'Enel e proposto ai superstiti, la scandalosa svendita delle licenze e la costruzione del muro della vergogna. Lo scrittore chiude poi con un profondo rimpianto per la perduta armonia del paese, per i tempi ormai lontani in cui tutti, pur nella miseria e nelle difficoltà, erano uniti e come fratelli.

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