08/09/2007

LA DEBOLEZZA DI DIO


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«Il male come sofferenza mi rimanda al mistero della fragilità: mistero nel senso che sia il male come sofferenza, sia il male come colpa sono resi possibili dalla fragilità, anzi si potrebbe affermare che la fragilità è l'essenza stessa del creato. E non solo del creato ma, come narra l'antico mito qabbalistico dello zimzum, anche di Dio» (da "Quale Dio?"). Su questo terreno di riflessione teologica Paolo De Benedetti, studioso di giudaismo e dell'Antico Testamento, fautore del dialogo interreligioso, si confronta con Stefano Levi Della Torre ("Zone di turbolenza").


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Paolo De Benedetti e Stefano Levi Della Torre hanno catalizzato l'attenzione dell'auditorio con la loro relazione sulla debolezza di Dio. La Bibbia è ricca di passi in cui Dio manifesta la propria debolezza. L'incontro si è aperto con una citazione dal libro dei Re: quando Dio si manifesta al profeta Elia non lo fa con il vento impetuoso, con il terremoto, con il fuoco, bensì con «una voce di silenzio leggero»; è Dio che si fa debole per incontrare l'uomo. Partendo dal libro di Giobbe, che tratta della sofferenza del giusto, Levi Della Torre ha ricordato che nel libro del Profeta Isaia (capitolo 45, versetto 7) Dio si assume la responsabilità della sofferenza nella vita dell'uomo dicendo: «Io sono colui che crea il male e fa la pace». In questo senso un Dio a cui gli uomini attribuissero solo il bene, scaricando la responsabilità del male sul diavolo, sarebbe un Dio limitato, che gli uomini paternalisticamente tentano di proteggere. A questo paternalismo cosmico si collega la giustificazione delle sofferenze bibliche del popolo di Israele con quello che filosoficamente è un paralogismo: capovolgendo causa ed effetto il popolo di Israele patisce delle sofferenze per espiare le proprie colpe, quindi il male non deriva da Dio, bensì è responsabile l'uomo. Continuando con le citazioni bibliche Levi Della Torre ha ricordato che nel racconto della creazione Dio rivela la propria debolezza in quanto prima crea il mondo e solo in un secondo momento vaglia la propria opera e vede che «è cosa buona». Si può parlare pertanto di «sperimentalismo di Dio». Anche nello stipulare l'Alleanza con gli uomini Dio si mostra debole, in tal caso ponendosi dei limiti. L'alleanza, infatti, vincola non solo l'uomo, ma anche Dio. Esempio è l'arcobaleno che Dio pone sopra le nubi dopo il diluvio, come promessa di non compiere più un'azione così distruttiva. Dio rivela la sua debolezza anche nel fatto stesso di esser creatore. Come una donna può dirsi madre in funzione del figlio generato, così l'essenza di Dio creatore sta nella sua creazione: Dio ha bisogno della creazione per essere riconosciuto come creatore. Nella Bibbia Dio è capace anche di pentimento. Nel capitolo 32 del libro dell'Esodo, dopo che il popolo di Israele ha creato il vitello d'oro, Dio comunica a Mosè l'intenzione di distruggere il popolo di Israele e di iniziare con una nuovo popolo più fedele. Mosè però rimprovera Dio e gli chiede di pentirsi, questo è il termine usato nella Bibbia, per ciò che ha detto. Dio ascolta Mosè, dialoga con lui e ritorna sulla propria decisione. Anche il fatto che nella Bibbia vi sia il precetto di non nominare il nome di Dio è indice della sua debolezza. Chiamare qualcuno per nome vuol dire in un certo senso dominarlo, impadronirsi di lui. Se l'uomo pronunciasse il nome di Dio si impadronirebbe di lui vulnerando la sua perfezione, in quanto nominare significa cogliere l'essenza. Altro sintomo della debolezza di Dio è la preghiera. Tramite la preghiera l'uomo parla a Dio, chiedendo che Dio gli dia ascolto e, per così dire, cambi idea. A volte Dio presta attenzione e cambia idea. Anche questa è debolezza, ma una debolezza splendida: è Dio che ascolta l'uomo. L'evento si è concluso con una citazione da Leopardi, poeta e scrittore laico per eccellenza. Se Dio è il massimo della perfezione, è onnisciente ed onnipotente, in ragione questa sua perfezione può stare solo nel nulla, perché solo nel nulla un'entità non è limitata né dal tempo, né dallo spazio. Forse Dio è veramente debole, ma è una debolezza permeata di dolcezza infinita perché lo avvicina all'uomo. Parlare di Dio mettendone in luce la fragilità, lasciando in secondo piano sapienza, onnipotenza, onniscienza: tema complesso, ma non abbastanza da tenere lontano il pubblico nell'incontro mattutino al Chiostro del Museo Diocesano, che senza timori riempie tutto lo spazio a disposizione, dimostrando attenzione ed interesse profondi per la sfera spirituale. Tanto più se, ad occuparsene, sono Paolo De Benedetti, docente di Giudaismo presso la Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale di Milano e Antico Testamento presso gli Istituti Superiori di Scienze Religiose di Trento e Urbino, e Stefano Levi della Torre, pittore, saggista, docente alla Facoltà di Architettura del Politecnico e membro, in passato, del Consiglio della Comunità Ebraica di Milano, in un confronto tra ebraismo e cristianesimo capace di mettere in luce gli aspetti più poetici, umani, meno visibili, della figura divina. Cosa si intende quando si parla di debolezza di Dio? Ai più quest'affermazione potrebbe sembrare un paradosso, molto probabilmente lo è: proprio l'immagine di Gesù in croce è quella che incarna il massimo della debolezza capace, però, di rovesciarsi nel suo contrario, il massimo della forza, redentrice dell'intera umanità. Una debolezza che ritorna nella volontà umana di tenere Dio lontano dal male, attribuendolo a Satana: ritenere che tutti gli aspetti peggiori dell'esistenza non dipendano dal divino è un modo per non riconoscerne la debolezza con atteggiamento paternalistico, quasi Dio avesse bisogno della protezione umana per non mostrare alcun tipo di cedimento. Nella religione cristiana è 'compito' di Lucifero mettere zizzania tra gli uomini: non a caso ha zampe di capra, simbolo perfetto del suo essere 'capro espiatorio' alle sventure del mondo. Quello che dunque tendiamo a fare è sottrarre il male a Dio in un processo in cui ad aver bisogno di protezione non sono più i poveri abitanti di questa terra bistrattata, ma il loro supremo creatore. Nell'ebraismo troviamo un processo molto simile: la colpa, il male, non sono più attribuiti ad un capro espiatorio ma allo stesso popolo ebraico, la cui sconfitta non è segno della debolezza divina ma della propria. Un processo basato sulla volontà di privare Dio delle proprie responsabilità caricandole sulle spalle di qualcun'altro: l'importante è salvaguardare la perfezione, l'innocenza, l'infallibilità divine, trasformando la debolezza in forza. In realtà solo accettando quest'elemento come proprio di Dio se ne potranno cogliere i lati intrinsecamente poetici: pensiamo al momento della 'creazione', dove Egli fa tentativi, esperimenti, quasi stupendosi della bontà di quanto creato, quasi ammettendo la possibilità dello sbaglio. Dio, nella tradizione ebraica come in quella cristiana, può decidere anche di indebolirsi, volontariamente, ritirandosi: con lo Shabbat smette di lavorare, rinuncia alla potenza, imitato dall'uomo che abbandona la propria attività ad imitazione del rifiuto cosmico come un'onda che, ritirandosi, lasci la spiaggia vivere di vita propria. Anche nel rapporto che Dio instaura con il popolo ebraico è possibile individuare un elemento di debolezza: in quest'alleanza dalla doppia faccia deve attenersi alle regole, indebolirsi per mettersi sullo stesso piano delle sue creature, in un vincolo in cui sia il divino che l'umano sono chiamati a rispettare le medesime regole. Un patto sottinteso già nella volontà di diventare creatore: senza il creato, senza quella precisa volontà che lo fa subordinare alle proprie creature, egli non può essere definito 'creatore' così come una donna, prima del parto, non si può definire madre. Infine, nel divieto di pronunciare il nome di Dio è possibile ritrovare il ben noto atteggiamento 'paternalistico' che induce l'uomo a prendersi cura del padre: se pronunciare il nome di un oggetto vuol dire possederlo, farlo proprio, il divieto di pronunciare il nome di Dio impedisce all'uomo di impossessarsene dando adito così all'idea che la sua perfezione sia pericolosamente fragile, debole, facilmente inquinabile. Forse Dio non sarà morto, ma di sicuro è molto più simile a noi di quanto si possa immaginare.

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