09/09/2007

Franco Loi con Carlo Carena


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«La poesia è una comunicazione al di là della coscienza. Noi (...) non sappiamo nulla dei nostri pensieri inconsci, della emozioni che probabilmente ci dominano, e allora la poesia è fatta di tutto questo, di ciò che è noto ed ignoto. Chi la legge sente una musica che muove dentro ciò che l'uomo non sa e questo colpisce molto». Franco Loi scrive poesie dalla metà degli anni Settanta. Tra le sue raccolte più note, in dialetto milanese, "Strolegh"; "L'Angel"; "Liber"; "Isman". L'ultimo suo libro, "Voci d'osteria", è una galleria di personaggi anonimi che sembrano arrivare da un'altra epoca. Lo incontra il critico letterario Carlo Carena.


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Italiano

Il chiostro di San Barnaba è uno scenario perfetto per sentire parlare di poesia. La voce di Franco Loi, uno dei vertici della poesia dialettale in milanese, alterna al vernacolo l'italiano, per recitare i suoi versi aiuta la memoria con i testi. Parla nostalgico di un tempo in cui per le vie di Milano si sentiva parlare quasi soltanto il dialetto, un tempo in cui ci si poteva imbattere, nelle osterie, nei tram, davanti a un caffè o a un bicchiere di vino, in piccoli estratti di saggezza popolare, di un modo diverso e profondo di affrontare la vita, la morte. Ma la nostalgia non si ferma al linguaggio, si allarga all'intera società, questo nostro avvilente e implacabile decadere. Perdere i nomi è perdere i significati, gli oggetti, i sentimenti, la lingua è la nostra memoria e se accorgersene è già qualcosa, assumerla a proprio linguaggio elettivo è per Loi il primo passo per salvaguardarla. Ma il declino forse è troppo rapido, il poeta lo sa. È così che vanno le cose e noi nulla o quasi nulla possiamo.

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