03/09/2008

MAL DI SCUOLA. lettura scenica dall'opera di Daniel Pennac


2008_09_03_011

Teatro dell'Archivolto
 ospite d'onore Daniel Pennac
 a cura di Giorgio Gallione



Ricordi, riflessioni, incubi scolastici dell'ex somaro Daniel Pennac reinventate per il palcoscenico da due degli attori che più lo hanno frequentato teatralmente. Neri Marcorè, protagonista de "La lunga notte del dottor Galvan", e Giorgio Scaramuzzino, che ha portato in scena "Come un romanzo", accompagnati dai severissimi Professori della Banda Osiris, offrono una lezione spettacolo che, con comicità, dolcezza e rivoli di ribellione, esplora il grande tema della scuola dal punto di vista degli alunni.


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Francese

Il Teatro Sociale è gremito per lo spettacolo tratto dal libro di Pennac "Diario di scuola". A presentarlo sono Neri Marcorè e Giorgio Scaramuzzino, che si alternano nella lettura, accompagnati musicalmente e vocalmente dall'ironia dissacrante della Banda Osiris. Si rincorrono ricordi esilaranti della vita da studente dell'autore francese, «principe dei somari», come lui stesso si definisce. Così somaro da aver imparato solo la lettera A dopo il primo anno di scuola. Di questo passo, rifletté il piccolo Pennac, se avesse impiegato sei anni per ogni lettera dell'alfabeto, sarebbero passati centocinquantasei anni per saperlo tutto. Suo padre dovette intercedere presso il severissimo insegnante Blamar, incubo di Pennac, perché se lo avesse bocciato fino all'apprendimento dell'intero alfabeto, non avrebbe poi avuto abbastanza vita per utilizzarlo. Lo stesso sig. Blamar requisiva tutte le gomme e le matite che cadevano dai banchi, facendo sospettare gli studenti che facesse il cartolaio come secondo lavoro. A proposito della paura dell'interrogazione, Pennac racconta di un suo amico che finse di avere l'appendicite per non essere interrogato e così i genitori lo fecero operare davvero. L'autore dice di essersi impegnato, una volta diventato professore, a far passare la paura agli studenti. Il tono si fa più serio quando si parla di bambini strumentalizzati. La condizione del somaro è quella di isolamento da tutti quelli che invece capiscono. Pennac ritiene che i professori che lo hanno salvato sono quelli che non hanno smesso di provarci e per questo ritiene di dovergli la vita. Lo scrittore sale in scena nel finale prestandosi al gioco degli attori e scherzando sul fatto che la sua opera fantastica sia stata distrutta in tal modo. Marcorè non può che rispondere in un maccheronico francese «Scusi maestro, nous vergognon parecchio». Cominciamo dall'inizio, che è in realtà una fine: è l'inizio di un libro letto ad alta voce ma è al contempo la fine di una carriera da professore. Insomma, andiamo avanti, e cominciamo lo spettacolo. Sul palcoscenico, Neri Marcorè e Giorgio Scaramuzzino ci leggono un libro dall'inizio alla fine, letteralmente, le prime pagine e poi le ultime. E ci fanno venire così la voglia di leggerlo tutto, questo "Mal di scuola" dell'autore francese Pennac. È la magia del teatro, che non esaurisce la letteratura ma al contrario la completa, ne lascia emergere le profondità nella pronuncia ben articolata e ne fa risaltare i contenuti sullo sfondo luminoso di una scena. La lettura incrociata è intervallata, ma sarebbe il caso di dire 'interrotta', dalla strana attività della Banda Osiris: quattro scalmanati musicisti che s-canzonano e ir-riveriscono l'istituzione seria della parola e della musica. I lori interventi, allegri e surreali, ci aiutano con i suoni a visualizzare la storia di questo alunno tutto speciale: Daniel Pennacchioni. Solo dopo diventerà Pennac, il professore e lo scrittore. Ma tutto comincia, appunto, quando era solo «un somaro». Il suo libro è una confessione e un consiglio a scendere dalla cattedra e tornare col pensiero ai giorni della nostra ignoranza, i giorni dell'infanzia in cui, semplicemente, ancora non sapevamo. Nell'ilarità degli episodi, ci mette dentro anche qualche assaggio di drammaticità. Parole che si distribuiscono tra il pubblico come inviti alla riflessione: «non sono gli alunni che abbandonano la scuola... è la scuola che li abbandona», questi bambini che non diventeranno. Inutile, suggerisce, soffermarci troppo sulle cause potenzialmente infinite del loro disagio. Quello che interessa davvero al mauvais élève, che ne è uscito, è salvare anche loro da una grande solitudine: quella di chi non capisce. E come si esce dalla discarica della non-comprensione? Con l'ironia che, sola, può spezzare l'ignoranza. E con l'amore, come ammette, infine, nelle ultime pagine liriche lette da un Marcorè emozionato. Nel finale tutto si fa di nuovo comico, sale sul palco anche Pennac, in veste di professore metà severo e metà bonario. Sta al gioco, si lascia prendere in giro e assegna ai suoi alunni improvvisati, attori e musicisti, dei soprannomi mitologici. Educa, insomma, insegna senza farsi scoprire, liscio e discreto con la certezza di essere capito, persino parlando francese. Con lui sul palco i linguaggi diventano tre: due lingue europee e la musica. Non servono nemmeno le traduzioni, ché tanto è teatro, questo. Ingloba tutto e lo rigetta fuori, insegnandoci ad imparare, liberi (enfin!) dalla paura di non capire.

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