11/09/2009

Héctor Abad Faciolince con Luca Crovi


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L'intreccio tra esperienza biografica e militanza intellettuale è al centro dell'opera di Héctor Abad Faciolince. Dopo aver ultimato gli studi universitari in Italia, lo scrittore colombiano ha dovuto abbandonare il paese natale in seguito all'uccisione del padre e alle minacce di morte ricevute. Tornato in Colombia nel 1993, Faciolince ha collaborato con numerose riviste e giornali, tra cui "Revista Cambio" - di cui è cofondatore insieme a Gabriel Garcìa Màrquez. Tra i suoi libri ricordiamo "Trattato di culinaria per donne tristi" e "Scarti". Le drammatiche esperienze biografiche hanno ispirato "L'oblìo che saremo", recentemente tradotto in Italia. Dialoga con l'autore il critico Luca Crovi.


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Lo scrittore colombiano Hector Abad Faciolince incontra i suoi lettori al Liceo Classico Virgilio per parlare di "L'oblio che saremo", il suo ultimo romanzo, in cui ripercorre la vita e la morte del padre, medico socialmente impegnato assassinato nell'87 dai paramilitari. Questo, almeno, è lo scopo dichiarato dell'incontro; in realtà, il romanzo sembra più che altro il pretesto per iniziare quella che ben presto si trasforma in una chiacchierata di un'ora abbondante fra lo scrittore, il critico Luca Crovi e il pubblico, a proposito dei temi più disparati.
Abad comincia raccontando del mistero che sta all'origine del titolo, il verso di un sonetto di Borges trovato in tasca a suo padre il giorno della sua morte; poi però, sulla scia dei ricordi e seguendo il filo dei suoi tre romanzi, finisce a parlare di spazzatura e di scarti letterari ("Scarti" è anche il titolo di uno dei suoi romanzi), di cibo e di ricette (al centro di "Trattato di culinaria per donne tristi"; a tal proposito, sapevate che nei giorni di infelicità bisognerebbe digiunare?), della sua esperienza di traduttore e del futuro della Colombia, divisa fra la minaccia dei narcotrafficanti e la speranza di un futuro migliore. Così, tra il serio e il faceto, si toccano temi scottanti, come il sequestro di Ingrid Bétancourt e il razzismo della società colombiana, e altri più leggeri ma non per questo meno importanti: dallo stile mutevole di Abad, «Non sono fedele, e soprattutto non voglio essere fedele a me stesso» dice lo scrittore, agli aneddoti personali raccontati nel romanzo, che è un coraggioso atto di denuncia nei confronti dei colpevoli, ma è nel contempo lucido e privo di risentimento. «Questo libro non è letterario, non mi importa se è scritto bene o male; semplicemente l'ho scritto rispettando la verità, o almeno la verità della mia memoria», ribadisce l'autore. 
 Il tempo sembra volare, l'ultimo applauso arriva in un batter d'occhio; e chi non conosceva i romanzi di Abad lascia la sala con il desiderio di approfondire la conoscenza con quello che ormai considera quasi un amico.

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