13/09/2009

Umberto Galimberti e Massimo Cirri


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Psicologi, psichiatri, filosofi dissodano insieme a noi il terreno dell'esperienza, camminano con noi, ascoltano la nostra storia. È per questo che ci servono? E così facendo possono anche alleviare le sofferenze dell'uomo contemporaneo? Su ascolto, psicoanalisi, pratica filosofica si confrontano Umberto Galimberti ("La casa di psiche", "Le cose dell'amore") e Massimo Cirri ("A colloquio. Tutte le mattine al centro di salute mentale").


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Italiano

Domenica alle 14.15 nel Cortile della Cavallerizza, Massimo Cirri e Umberto Galimberti hanno condiviso con il numeroso pubblico una serie di riflessioni su comunicazione, ascolto e ruolo della psicologia. In una società dove la capacità di ascoltare è stata estromessa dalla nostra «dimensione antropologica» ed è praticata in apparati burocratizzati o a pagamento, dove l'emotività è oggettivizzata in diagnosi, l'ascolto non «preconfezionato» suscita «stupore». In questo senso la psicologia, più che scienza, è arte. Ricordando Basaglia, Galimberti ha definito il malato di mente la «forma parossistica dell'altro», ed ha espresso il timore che in una società sempre più chiusa, in preda a paranoie, pensieri e sentimenti unici imposti dalla televisione, c'è il pericolo che riaprano i manicomi. Al contrario, chi soffre di una malattia mentale deve rimanere in un circuito di comunicazione. Purtroppo, venendo a mancare i luoghi di aggregazione e socializzazione, sotto la dittatura della competitività, la comunicazione «collassa». In questo senso il terapeuta deve soffermarsi non solo sulle ragioni emotive, ma anche sulle idee che stanno alla base della sofferenza. Perché «anche le idee si ammalano»! Citazioni: «La parola è il farmaco» «La comunicazione è terapia» «Anche le idee si ammalano»

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