10/09/2011

Howard Jacobson con Moni Ovadia

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«Pensi che sia un uomo afflitto, di quelli che possono nuocerti. Ma quando apre bocca comincia lo spasso» ("The Telegraph"). Autore di romanzi di culto ("Kalooki Nights"; "Un amore perfetto") e autorevole editorialista dell'"Independent", Howard Jacobson si è consacrato definitivamente al grande pubblico dopo aver vinto il prestigioso Man Booker Prize con "L'enigma di Finkler", opera che, per certi versi, è il compimento di un'irriverente avventura letteraria, in grado di coniugare a suon di gag la migliore tradizione della comicità ebraica e dello humour inglese. Lo incontra in un duello all'ultima battuta l'attore e drammaturgo Moni Ovadia.

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In un Cortile della Cavallerizza gremito come sempre, alle prese con l'umidità delle due del pomeriggio, è andato in scena uno scambio vivace e pungente tra Howard Jacobson e Moni Ovadia. Il primo, editorialista de "The Independent", ma soprattutto saggista e romanziere britannico, noto per l'ironia 'alleniana' con cui tratta della comunità ebraica inglese, spesso al centro delle sue narrazioni; il secondo, attore teatrale, drammaturgo e interlocutore ideale per un dialogo sull'ebraicità. Si parla, infatti, dell'identità di questo popolo, della sua origine 'equivoca' e della sua essenza 'anti-idolatrica' nelle parole di Ovadia, della sua predisposizione all'umorismo descritta negli interventi, a loro volta istrionici, di Jacobson.
Come spesso accade a Festivaletteratura, si scivola dal discorso identitario a quello letterario, a parlare del come i tratti della cultura di chi scrive si riversino nelle pagine, nelle parole. Così, come la barca della storia ebraica ha affrontato periodiche 'tempeste', scatenate dalle continue persecuzioni, la prosa degli autori legati ai ceppi originari di quel genos, risulta ugualmente tumultuosa. Non resta che cavalcare quelle onde.

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