11/09/2011

IL SAPERE IMPERFETTO DELLA LETTERATURA

2011_09_11_248

«Della letteratura non abbiamo bisogno per imparare a leggere. Ne abbiamo bisogno per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie». Cosa accadrebbe se un bel giorno decidessimo di stilare una lista dei nostri romanzi preferiti, facendoci carico di rileggerli senza il bagaglio di preconcetti che burocrati e ossessi, per più di un secolo, ci hanno imposto come pensiero dominante? Nel recente "Un cuore intelligente", il filosofo e saggista Alain Finkielkraut ("L'umanità perduta"; "Noi, i moderni") è partito dalla disamina di nove trame romanzesche per riscoprire la forza liberatoria della grande letteratura. Questa «favola che non sta al gioco delle favole» sarà al centro del suo incontro con il giornalista Ferruccio De Bortoli.

L'evento 248 ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma. Originariamente era prevista la presenza di Ferruccio De Bortoli, sostituito successivamente con il giornalista Luciano Minerva.

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È a partire dalla preghiera a Dio di re Salomone di avere un cuore intelligente che si articola l'incontro con Alain Finkielkraut, autore dell'omonimo libro. Ed è un viaggio nel cuore della modernità dove filosofia, letteratura, esperienza personale si fondono oltrepassando i limiti di genere: l'autore, infatti, di contro al paradigma strutturalista che affermava l'autorefenzialità dell'arte, ha sviluppato, grazie anche ai suoi studi filosofici e alla lettura di Kundera, una visione della letteratura come luogo di fusione dirazionale ed emotivo.
Categorie queste ultime che intervengono, secondo Alain Finkielkraut, nella stessa definizione di moderno che si costituisce a partire da Cartesio, che incarna lo spirito del metodo e mira a rendere l'uomo padrone della natura, e Cervantes, che invece rappresenta la saggezza dell'incertezza. Tuttavia, nonostante questa sia l'origine del moderno, la società che si è creata a partire dallo spirito del metodo è il mondo della disponibilità immediata di ogni cosa, mondo in cui la letteratura, che esige pazienza, si trova contraddetta.
Ecco il perché di un libro che parla di letture e di lettura: per riaffermarne il valore e la necessità in questo tempo moderno, perché come dice Ricoeur, «cosa conosceremmo dell'amore, dell'odio, dei sentimenti etici e di tutto ciò che costituisce l'io se tutto ciò non fosse stato portato al linguaggio e articolato dalla letteratura?».

Da un'espressione del re Salomone nella sua preghiera a Dio. Nel Chiostro del Museo Diocesano, una riflessione in compagnia dell'autore di "Un cuore intelligente", il pensatore francese Alain Finkielkraut. Ha condotto l'intervista Luciano Minerva, a sostituire l'assente Ferruccio De Bortoli. Qual è il rapporto tra letteratura e vita reale? Ovvero a cosa servono oggi poeti e romanzieri? In netto disaccordo con lo strutturalismo e l'autotelismo, dottrine filosofiche che postulano una cesura radicale tra il testo e il mondo, Finkielkraut racconta come la letteratura si rivolga in modo inscindibile a cuore e mente, mobilitando simultaneamente emozioni e razionalità. "Lo scherzo" di Milan Kundera, "Tutto scorre..." di Vasilij Grossman, "Lord Jim" di Joseph Conrad, "Il pranzo di Babette" di Karen Blixen, "La macchia umana" di Philip Roth sono solo alcuni dei nove titoli scelti da Finkielkraut come i più notevoli della modernità, quei libri insomma che non si smettono mai di rileggere e consultare. Una suite di letture per educare con la parola letteraria. Perché il romanzo è la forma d'arte moderna per eccellenza, nata dalla penna di Cervantes a cavallo tra XVI e XVII secolo. E perché la modernità è figlia di Cervantes, come lo è del resto di Cartesio. L'uno, simbolo della saggezza dell'incertezza, l'altro, incarnazione dello spirito del metodo, propugnatore di un uomo capace di dominare la natura. Emerge così una delle contraddizioni più evidenti della cultura occidentale, e cioè l'attrito tra l'impazienza del metodo da un lato, generatrice della società dei consumi, e la pazienza che invece la lettura esige e impone dall'altro. Citando Simone Weil, Finkielkraut spiega come il vero fine dello studio debba essere lo sviluppo della capacità di attenzione piuttosto che di espressione, e come proprio alla scuola spetti il difficile compito di insegnare la pazienza, unico vero baluardo di cui disponiamo per difenderci dal culto dominante dell'immediatezza. A chiudere un
festival che altro non è se non una celebrazione della parola scritta, una lezione sul valore della grande letteratura e sulla sua forza liberatoria, sulla sua capacità di «scoprire sempre qualche nuovo aspetto della realtà eterna», sull'esercizio di umiltà che essa ogni volta richiede. Seguito da un pubblico silenzioso e attento, a Finlkielkraut va comunque il merito di un linguaggio semplice e comprensibile, un esercizio di modestia nell'espressione di concetti universali. A chiudere l'incontro la domanda di una giovane spettatrice sull'effettiva possibilità di conciliazione di cuore e cervello, grande enigma dell'esistenza umana. Ma la questione è che la nostra cultura è di fatto il risultato di tale tensione, tensione che appare per ciò stesso imprescindibile, forse perfettibile, ma comunque imprescindibile.

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