06/09/2012 - Scritture giovani

SCRITTURE GIOVANI CANTIERE

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Un cantiere pieno di esperimenti letterari e grandi aspirazioni quello di "Scritture Giovani". Anche quest'anno la sezione primaverile del progetto dedicato ai potenziali nuovi talenti della narrativa ha portato a Mantova dieci giovani 'non ancora autori' per confrontarsi con alcuni esperti del mondo editoriale. Al Festival incontrano Giovanni Montanaro, autore di "Tutti i colori del mondo" e scrittore italiano selezionato per SG 2007, dando vita a una sorta di laboratorio di scrittura dal vivo.

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Italiano

«'Scritture Giovani' è un posto dove si respira futuro». Esordisce così Giovanni Montanaro, autore di "Tutti i colori del mondo", scrittore scelto per aprire la prima delle tre serate di "Scritture Giovani" e per presentare i dieci ragazzi selezionati per l'edizione 2012 del Cantiere. I protagonisti della serata sono loro, con i loro racconti, le loro riflessioni, le loro domande a Montanaro; quasi un loro coetaneo, anche lui passato per "Scritture Giovani" nel 2008. È stata soprattutto la serata dei «Perché?», parola che ha rappresentato il tema di questa edizione. Spesso i perché sono domande sospese che restano senza risposta. Scrivere può essere un modo per trovare alcune risposte, ma non necessariamente. Scrivere può essere semplicemente desiderio di raccontare una storia, e poi, quando una storia prende vita su carta da questa possono nascere domande impreviste, risposte sorprendenti. Intorno ad interrogativi più o meno sfumati ruotano i racconti selezionati, di cui vi proponiamo l'incipit per darvi almeno un'idea della capacità di questi ragazzi e del mondo letterario che li circonda e li ispira.
Lorenzo Bertolini, "La Nina parla d'amore".
«La situazione all'imbocco della stradicciola era avvilente: la mostruosa inclinazione che portava alla canonica era degenerata in fanghiglia a causa delle prime piogge settembrine. Don Luis era un montanaro caparbio e aveva deciso che le debolezze dei propri parrocchiani dovevano essere espiate rampando lungo pendenze ciclistiche. Per questo motivo si era insediato nel vecchio mulino, a monte, dove il fiume curva ad oriente».
Tamara Baris, "Perché".
«Perché noi siamo i bumpers, noi siamo i bumpers (urla Pietro convinto). È una casa senza acqua corrente. È una casa fredda. Fuori è più caldo. Fuori sta piovendo. Potrei uscire a fare un bagno. Pietro dice che non posso, Pietro dice che andremo a fare il bagno a casa di Luigino. Luigino ha casa a Roma e questa qui l'ha abbandonata (abbandonata, dice Pietro, casa abbandonata come me: io, abbandonato), noi entriamo ci laviamo e poi lasciamo tutto come troviamo».
Elisa Casseri, "La divisione per zero è indefinita".
«Gli sembrava di avere un ombelico diverso, più rilassato, ancora più ovale dell'ultima volta che lo aveva guardato. Sembrava quasi una fessura, una gettoniera in cui infilare qualche decina di centesimi per fare una partita, giocare un ruolo, vincere una classifica. Tirò i due lembi della pancia nel tentativo di immaginare come avrebbe potuto essere più bello il suo ombelico se solo fosse stato più tondo, perfetto come un bottone e non ridicolo come un'asola, ma la notte gli era rimasta incastrata sul limitare degli occhi, tessendo una crosticina che aveva reso il suo sguardo più piccolo».
Assunta Decorato, (senza titolo).
«Chiedersi il perché delle cose costa fatica. E a volte non porta a nulla di buono. Anzi, spesso non porta a nulla e basta. Perdi il tuo tempo, ore e ore, notti su notti, con questa domanda che ti rimbomba nella testa come un'eco malefica, e più tenti di scacciarla più lei torna, spietata, invadente, e tu non pensi ad altro, ti innervosisci, non vivi più, hai gli occhi fissi nel vuoto, giri e rigiri i tuoi pensieri tentando di capire e continuando a ripeterti quella parola: perché?...perché?...Sembra che la vita si sia fermata, che non sia possibile fare più niente, impensabile prendere decisioni e poi...»
Vito Di Battista, "Sangue di elefanti".
«Suor Clara sedeva con il solito fastidio sotto il velo che non pareva concederle un attimo di riposo; le imposte socchiuse del salotto filtravano la luce con parsimonia, dando alla stanza tutto intorno la parvenza di una di quelle bettole di periferia in cui si annidano genti della peggiore specie. 'È così poco dignitoso, cosa penserebbe nostra madre se potesse vedere lo stato in cui quella lo sta facendo avvizzire?'. Un vaso sulla credenza se ne stava malcontento nel tentativo di abbellirsi con tulipani ormai andati perduti senza possibilità di riscatto».
Irene Gandolfi, "Un respiro".
«Si vede che la pancia le pesa. Continua a spostare la borsa del supermercato da una mano all'altra e tiene le spalle contratte. Cammina nervosa. La giacca leggera che non ha abbottonato le scivola dalla spalla e allo scatto scocciato della testa una ciocca scura sfugge alla coda e le cade davanti agli occhi. Lei la lascia lì».
Alessio Iezzi, "Pecchè".
«Dove vai?»
«Esco»
«Con chi?»
«Con un amico»
«Come, di nuovo?! Sono già due sabati di fila che ci esci!»
«Lo so, ma è un amico speciale»
Giuliano s'ammutolì di colpo. Tre parole presero a mulinargli nel cervello. Un amico speciale... Tanto bastò a lasciarlo disorientato. La madre se n'accorse. Quasi si pentì d'aver deciso di uscire. Poi, però, sentì il cellulare vibrare per la seconda volta nella tasca del suo cappotto e aprì il portone».
Anna Manfredini, "La partita di Pallone".
Resto con una scarpa in mano per lo stupore. Giordano è seduto sul cubo di legno porta riviste, ha la testa bionda piegata a 45 gradi, come ogni santa volta in cui vuole mettermi in difficoltà. Mi guarda dall'alto dei suoi occhiali troppo spessi, con la plastichina bianca che gira tutto intorno alla testa. Li ha scelti lui, io gli avrei comprato volentieri un paio di occhiali squadrati da nerd per fare il fighetto».
Cesare Sinatti, "Il responso di Proteo".
«Ero un figlio di guerra anche io, quando tu mi hai raccolto, Maestro. Di una guerra venuta in clangore di ferro a sconvolgere tutti gli Elleni. Una guerra che si è combattuta e che molti già sembrano non ricordare. Ma come dimentica un bimbo, che nella battaglia hai i suoi primi ricordi? Che ha appreso le prime parole dagli ultimi, tristi soldati, sconfitto ancor prima di nascere? Io non dimentico, no. Chi è come me non può farlo».
Sara Stangarlin, "Perché".
«Ho ventisette anni compiuti e da poche settimane ho messo l'apparecchio ai denti. Avete letto bene, ventisette, non sette o diciassette e sì... apparecchio. Lo so, sarei un po' in ritardo con i tempi, ma a volte, e per fortuna, le cose importanti della vita seguono percorsi inconsueti. Non sono certo sola: da quando lo uso, noto molto di più tutti quelli che ce l'hanno, nonostante non siano più così adolescenti. Un buon 70% della mia generazione l'ha portato tra le medie e le superiori e ho fatto una lista di cose ben peggiori che potevano capitarmi, per convincermi che alla fine, ne sarebbe valsa la pena. Ma la maggior parte della gente che mi vede con questa nuova ferramenta in bocca mi chiede: «Perché? Perché ora?».

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