08/09/2012 - Le pagine della cultura

LE PAGINE DELLA CULTURA

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Oggi gli inserti culturali dei quotidiani si sono moltiplicati e la rete ha ulteriormente contribuito a ridefinire funzioni e ruoli dell'informazione letteraria e artistica. In questo spazio sempre più ibrido tra produzione, comunicazione e consumo tentano di addentrarsi gli incontri di "Le pagine della cultura". Ogni mattina Festivaletteratura affida a uno scrittore straniero il compito di selezionare una rassegna stampa mirata, per offrire un quadro dei temi al centro del dibattito culturale alle varie latitudini del pianeta.
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Il profumo del caffè, accompagnato dalla lettura del quotidiano, le pagine ancora calde di stampa, gli angoli non ancora sgualciti, sembrano sussurrarci il buongiorno, simboli di un rito mattutino a cui non possiamo, non vogliamo, rinunciare. Piazza Leon Battista Alberti ci accoglie, ciondolanti, la bocca impastato dal sonno, la gola che anela caffeina. «Questo è un luogo magico per me»: seduta fra il pubblico, in ultima fila, Anna, nel suo completo bianco di lino puro, ben stirato, torna con la memoria agli anni dell'infanzia, quando abitava nel campanile di Sant'Andrea e scendeva a giocare fra le bancarelle di ferro del mercato, proprio dove ora è montato il tendone di "Pagine della cultura". Oggi non leggeremo il "Corriere", né la solita "Gazzetta dello Sport", a cui siamo abituati ed affezionati: Tahar Lamri, scrittore di origine algerina, affiancato da Piero Zardo, presenta una rassegna di articoli, redatti nel corso della primavera araba, aventi come fulcro la problematica della libertà di espressione. Partendo dall'exemplum della condanna al trio punk russo della Pussy Riot, i cui brani sono un esplicito attacco al governo di Putin, fino a giungere alla censura del fumetto "Metro", frutto del lavoro dell'egiziano Magdy El Shafee, Tahar Lamri raccoglie i cocci di un «movimento artistico quasi invisibile, silenzioso», che non rimane fine a se stesso, ma è atto a preparare quella rivoluzione che scoppia e travolge l'Oriente e il Nord Africa nell'inverno del 2010. Dalle pagine del principale giornale degli Emirati Arabi, "The National", e da quello tunisino, "Leaders", apprendiamo che la vera minaccia alla libertà di espressione di questi artisti, di queste voci fuori dal coro, non è costituita da un dittatore, bensì dalla matrice religiosa integralista dei sefarditi, che non accettano la messa in discussione di istanze troppo radicate nella tradizione. Eppure, non vi è un'unica realtà possibile, quella di cui facciamo esperienza ogni volta che accendiamo la tv e ci troviamo di fronte ad «un uomo brutto, con la barba, il turbante e il kalashnikov», l'Islam conserva anche il proprio umorismo, perché l'unico modo per uscire dalla tragedia è la risata. Tahar parla di quel «"Corano" non sacro, ma generoso, che dev'essere letto, vocalizzato», degli arabeschi delle moschee, quella forma d'arte che unisce lettere tondeggianti in un unico flusso, un fiume di parole plastiche e scorrevoli, pulsanti e vivide. In un'ora abbiamo viaggiato per lo Yemen, la Siria, l'Egitto, la Libia: eravamo a Il Cairo in mezzo ad una protesta popolare, a damasco con un gruppo di artisti ribelli, a Tripoli per festeggiare il Giorno della Rivoluzione. Anna, di fianco a noi, si alza: il tempo a disposizione è finito, e nella nostra tazza sono rimasti solo i fondi di un caffè dal retrogusto orientale.

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