04/09/2013 - Ri-Tratto

RI-TRATTO

2013_09_04_006

Laboratorio per adulti

In un ritratto c'è tutto. Ci sono i caratteri fissi (la forma del naso, il taglio degli occhi) e i segni del tempo (le rughe, le cicatrici). C'è l'umore del momento (il broncio, il sorriso) e la luce dell'ambiente. Qualcuno dice che, in fondo, ci sia anche l'anima di una persona. Per saper fare un ritratto ci vuole attenzione, ispirazione, un foglio di carta, una penna-pennarello per scrivere o disegnare, e soprattutto tecnica, mestiere. Così, anche quest'anno, Festivaletteratura ha invitato alcuni scrittori (Paolo Nori, Beppe Severgnini) e illustratori (Sergio Ruzzier) a tenere una lezione, per insegnare a tutti la sofisticata arte del ri-tratto.

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Cos'è un ritratto? Forse un modo per fermare su carta (o tela o stampa fotografica) il volto di una persona. Ma cosa vuol dire veramente questo? E, soprattutto, come si fa a scrivere un ritratto? Paolo Nori se l'è chiesto anni fa quando, da ragazzo, decise di acquistare uno di quei fascicoli, ripartiti in mille dispense settimanali, che escono in edicola ed insegnano a disegnare. Naturalmente, come tutti ha comprato soltanto le prime due uscite. Per due motivi: perché dal secondo numero in poi il prezzo sarebbe triplicato; ma sopattutto, nella presentazione dell'opera si dichiarava che l'intento non era quello di insegnare a disegnare ma di insegnare a guardare. E Nori, all'epoca, si sentì un po' preso in giro: lui voleva imparare a disegnare, era già in grado di guardare. Anni dopo avrebbe scoperto che i formalisti russi avrebbero portato la stessa filosofia per descrivere la nascita del processo creativo. Viktor Sklovskij, nel 1917, ne "L'arte come artificio" parlava del principio di straniamento come metodo di creazione artistica, prendendo a modello Lev Tolstoj. Per parlare di qualcosa bisogna allontanarsi da essa, destrutturalizzarla, usare parole per smontarla, spacchettarla, toglierla dall'imballaggio. Bisogna dirla come quando si pronuncia una parola straniera per la prima volta o come quando si prende per la prima volta la penna in mano. Conservare lo stupore per le cose, denudarle ritardando il processo di riconoscimento, rallentare l'azione e creare immagini. Si scrive con gli occhi ed è necessario coltivare una macchina per lo stupore nella propria pancia. Ci sono scrittori che dipingono per aiutarsi a scrivere, perché serve a guardare attentamente. In questo primo laboratorio per adulti di Festivaletteratura, in cui tutti i partecipanti erano stati dotati di un foglio A4 con una penna, Paolo Nori ha stimolato il senso della vista, incitando tutti ad usarla e a sforzarla, poichè il materiale della narrativa si nutre di umanità. Lo scrittore deve prima di tutto osservare senza aver paura, fare attenzione ai dettagli, poiché essi distinguono le cose dalle persone, le azioni dai fatti, e usare una lingua comune, parlata, vera. Non c'è bisogno di fingere una lingua per poter raccontare.  Lo scrittore ha infine dato un compito a tutti: farsi un autoritratto, in cinque righe, straniandosi (e forse meravigliandosi di) da sé stessi.  

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