06/09/2013

RITROVARSI TRA LE ROVINE

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C'è una geografia silenziosa, nascosta fra le pieghe del nostro territorio. è fatta di case golenali lasciate alla natura del fiume, paesi abbandonati dell'Appennino, capannoni industriali inutilizzati. Rovine senza dignità monumentale, che sembrano arrivare non si sa bene da dove. Sono i resti di un paese che non c'è più o di un futuro tradito, a cui occorre ridare voce perché ci raccontino che cosa eravamo, che cosa avremmo voluto essere. Due narratori - Michela Murgia e Giorgio Vasta - e una storica - Antonella Tarpino, autrice di "Spaesati" - provano a restituirci i mondi e le vite trattenute dalle rovine sparse per l'Italia. Perché «sta a noi», scrive Antonella Tarpino, «far sì che la rovina ci esenti non tanto dal senso della fine, ma dalla fine del senso di noi stessi».

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Italiano

Il confronto inatteso e coinvolgente tra due scrittori, Michela Murgia e Giorgio Vasta, e tra la storica Antonella Tarpino, autrice di "Spaesati", abbraccia contesti e situazioni diverse. Gli spunti sono molteplici. Gli spazi pieni e vuoti sono costruiti da poteri non democratici, demolire e ricostruire decreta la forza di chi governa. La democrazia ricompone il senso della temporaneità come pacifico valore.
C'è una bella differenza tra vecchio e antico, termini apparentemente simili che portano alla luce tutte le contraddizioni della nostra memoria breve. Il Novecento è un grande produttore di macerie che non hanno nulla da dire, come i volti industriali delle nostre periferie. Ma per Giorgio Vasta, la rovina è un qualcosa da aggiustare come un marchingegno. In una città come Palermo o come gran parte del Sud d'Italia, è la quotidianità; la riparazione è l'eccezione e lo stupore che ne deriva è lo 'spaesamento'. Questi sono i paradossi del presente.
"Spaesati" ci presenta una mappatura tutta italiana di paesi fantasma: sono circa 3000 secondo le stime FAI e Confcommercio. Un terzo del territorio in abbandono. Lontani dalle consuete rotte dei viaggiatori, ma mete di un turismo snob, spesso il ripopolamento non è la risposta migliore perché la ricostruzione accantona il confronto con la memoria storica.
Le rovine sono luoghi, pezzi straordinari e possono essere esperimenti di futuro, raccontano qualcosa e ti fanno pensare. «Ho imparato che i vuoti e i pieni delle rovine hanno un linguaggio proprio. Mi hanno insegnato che oltre la storia corta c'è una storia lunga». Questo linguaggio ci indica, innanzitutto, un limite che è fragilità dovuta alle catastrofi ambientali e umane.
Il ritorno a quei mondi è anche un aprirsi al nuovo, al mondo globale per incanalare energia nuova. Il prendersi cura di ciò che è andato perduto non ha nulla a che vedere con la nostalgia o l'anacronismo, ma significa preparare il terreno per un futuro prossimo. Riace, in Calabria, è un esempio folgorante di rinnovamento: il piccolo paese, prima abbandonato, ospita i profughi di un Mediterraneo in fiamme.
È un terremoto che salva lo spirito e le macerie.

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