07/09/2013

VITE DA RACCONTARE

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Che differenza c'è tra raccontare una vita e raccontare la propria vita? Tra prendere un personaggio reale e farne il protagonista di un romanzo e mettere se stessi e la propria famiglia sulle pagine di un libro di fiction? Clara Usòn e Tijana Djerković, autrici rispettivamente di "La figlia" e "Inclini all'amore", romanzi unanimemente riconosciuti come opere originali e di grande qualità letteraria, si confronteranno sulle loro scelte di scrittura sotto la guida dello scrittore Francesco Abate.

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Tijana Djerković, nel suo romanzo "Inclini all'amore", crea uno splendido personaggio femminile, Arianna, che si fa erede, attraverso il padre e il nonno, della storia familiare: il nonno, verso la fine dell'Ottocento, emigra dal Montenegro in Europa e in America, per poi tornare carico di racconti meravigliosi che consegna al figlio; questo entra giovanissimo nelle forze partigiane di Tito, rimane mutilato e invalido a un braccio. Dopo la guerra le sue energie vitali lo fanno rientrare nel flusso della vita, con il matrimonio, la paternità e la scoperta della poesia. Nel rapporto magico tra padre e figlia si insinua però, attraverso le indagini del fidanzato di Arianna, il sospetto di un drammatico segreto, quello del carcere duro, patito dal padre come un'onta immeritata e nascosto alla figlia con un atto d'amore, per preservarla dal senso del male. Le lacrime le scendevano inarrestabili, brucianti di rabbia, acide di disperazione e impotenza. «Di che cosa avevi paura? Che lo raccontassi in giro? - Lo mordeva con i denti aguzzi». Arianna dapprima non capisce, poi accetta la verità come un atto di eroismo paterno nei suoi confronti, diventando depositaria di una memoria preziosa da salvaguardare: ecco il senso del titolo del romanzo, «...pensato e (soprav)vissuto in italiano, la mia seconda lingua» conclude la scrittrice.
Nel romanzo "La figlia" Clara Uson tratteggia dapprima una figura di giovane donna serena, circondata dagli affetti familiari, impegnata negli studi. Ana è legatissima a suo padre, il generale Ratko Mladić, che le appare amorevole, allegro, protettivo e onesto. Ma durante un viaggio all'estero, attraverso la conoscenza e l'amore con un coetaneo, scopre che il padre è il maggior responsabile dei crimini di guerra avvenuti durante il conflitto balcanico. Una notte, dopo aver scavato profondamente in se stessa, esausta, si impossessa di una pistola speciale, che il padre aveva destinato per sparare a salve e festeggiare un giorno la nascita del primo nipotino, e con quella si toglie la vita: come una nuova Ifigenia, che sacrifica se stessa sotto il peso delle colpe del padre, per punirlo. 
Francesco Abate, scrittore, giornalista, conduttore radiofonico e soggettista, un narratore di storie, appare particolarmente adatto a interrogare le due scrittrici, a metterne in evidenza analogie e diversità di intenti, di stile e di contenuto narrativo. Entrambi i romanzi partono da ricerche all'interno della storia familiare, proiettata sugli avvenimenti della grande storia generale, riflettendo sul nazionalismo estremo, sulla guerra fratricida, sugli eccidi post-bellici e sulle ferite socio-economiche non ancora sanate nei Balcani. Entrambe le protagoniste subiscono le terribili scosse di una tragica rivelazione attraverso l'amore per un coetaneo, testimoniando così la fine di una felice adolescenza con la perdita della loro innocenza personale, coincidente con il disvelamento della vera e reale figura paterna. Il conduttore ha saputo accostarsi ai temi storici e personali con uno sguardo obiettivo e libero da pregiudizi, avvincendo il pubblico presente.

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