03/09/2014

LA VOCE AUTENTICA DI MATILDE SERAO

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Per quel poco che la sua opera è ancora ricordata in storie letterarie e antologie scolastiche, Matilde Serao viene tratteggiata come una verista minore, una narratrice a forti tinte, che racconta storie d'amore infelice, abbondando in patetismi, espressioni dialettali e colore napoletano. Antonia Arslan, esperta di letteratura femminile, sovverte i cliché e ci restituisce la figura di una donna eccentrica e determinata, giornalista di indiscussa autorevolezza, fondatrice e direttrice di diverse testate (Il Corriere di Napoli, Il Mattino, Il Giorno) che la resero una presenza ingombrante ma leggendaria negli anni fra Ottocento e Novecento, rappresentando per le donne italiane un modello di riferimento a lungo ineguagliato. Espressione della voce più autentica della Serao è Il ventre di Napoli, un'appassionata rivisitazione degli splendori passati e delle miserie attuali di una città amatissima, di cui la scrittrice svela il lato più nascosto. Letture di Nicoletta Maragno.

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Italiano

Matilde Serao, prima donna ad aver diretto e fondato un quotidiano in Italia, fu anche e soprattutto una grande scrittrice. Antonia Arslan prosegue col recupero di figure femminili trascurate o totalmente dimenticate dello scenario culturale e letterario italiano otto e novecentesco presentando al Festival la ristampa da lei curata de "Il ventre di Napoli". La Serao, nata a Patrasso ma vissuta a Napoli, è citata nelle antologie scolastiche come una verista minore ma la Arslan è convinta che "Il ventre di Napoli" sia molto di più. È prima di tutto un potente reportage di denuncia sulla miseria di questa città, uscita dall'Unità come capitale del Sud ma progressivamente inabissatasi in un vortice di corruzione e degrado che tutt'oggi la opprime. L'occasione che muove la Serao, animata in queste pagine da un fervore tangibile e quasi aggressivo, è la disastrosa epidemia di colera che colpì la città nel 1884. Il potere politico centrale pensò di prevenire pestilenze future 'sventrando' Napoli, aprendo cioè il Rettifilo, il lungo e ampio corso Umberto I che collega il centro alla stazione ferroviaria, su cui si affacciano le nobili facciate dei palazzi signorili. Questa soluzione radicale avrebbe dovuto portare aria e salubrità là dove il morbo aveva trovato massimo sfogo, tra il fetore e la sporcizia dei vicoletti napoletani. La soluzione scandalizza fin da subito la passionaria giornalista che, prima dalle colonne del suo giornale e poi con la sua inchiesta, combatte per sostituire allo 'sventramento' il 'rifacimento', morale prima che architettonico. Vent'anni dopo la Serao tornerà sull'argomento integrando l'opera e constatando il fallimento del progetto: il Rettifilo ha relegato il degrado alle vie retrostanti creando una surreale 'facciata di cartapesta' che le copre e ipocritamente le nasconde. Il crimine tuttavia non è stato vinto, anzi la fastidiosa convivenza forzata delle due anime della città, quella ricca e illuminata, e quella ignorante e misera, ha esacerbato il piccolo crimine. Il Rettifilo è apparentemente salubre e sicuro ma è stato edificato sul marciume, che continua a penetrarlo rendendolo una delle vie più pericolose della città. Matilde Serao è una giornalista e scrittrice instancabile che si inserisce senza imbarazzi o timidezze nel sistema letterario della modernità: vive del suo lavoro di giornalista e scrittrice e alle opere di maggior respiro e più acuta indagine sociale e psicologica affianca consapevolmente scritture di minor pregio, persino libretti per la reclamizzazione di prodotti commerciali. Anche Edith Wharton fu conquistata da questa donna bassa e grassottella e dai modi vigorosi ma non supponenti con cui si imponeva nei salotti parigini: Matilde ascoltava l'opinione di tutti, sinceramente interessata, ma quando prendeva la parola con i suoi monologhi travolgenti tutti la ascoltavano ammirati, dimenticando il suo francese imperfetto e il suo abbigliamento stridente. «La cultura e l'esperienza», scrive Edith Wharton «si fondevano in lei nello splendore della sua vigorosa intelligenza». Stupisce la rete di solidarietà femminile che sviluppò con le scrittrici dell'epoca, al di là del desiderio di primeggiare e degli egoismi personali. La Serao scrive confidenzialmente all'amica e collega Neera delle proprie gioie e dolori privati, della perdita del primo figlio come delle nozze con Edoardo Scarfoglio. Tra loro è forte la consapevolezza che solo rapporti nati dall'affetto e dalla solidarietà di genere avrebbero potuto portare ad ottenere quei diritti civili in Italia non ancora riconosciuti alle donne. Antonia Arslan parla a questo proposito di una 'galassia sommersa femminili' tra Otto e Novecento, in cui spiccano numerose stelle, come le molte autrici che in questi anni ha presentato al festival, dimenticate dopo la loro morte per i rancori che crearono nell'ambiente culturale del loro tempo, quasi esclusivamente maschile. La Serao è un notevole esempio di impassibile occhio verista, sviluppato autonomamente ma in sintonia con gli esiti e gli intenti del verismo nazionale, che fu il primo movimento letterario unitario in Italia per quanto disorganico e non organizzato. Per la prima volta la Lombardia di Emilio De Marchi o Neera e la Campania della Serao furono accomunate negli esiti di una descrizione minuta e appassionata della misera realtà contadina o cittadina locale. In questo gruppo Matilde Serao fu una scrittrice di razza che vale la pena rileggere oggi nei suoi lavori migliori come "Il ventre di Napoli" e le novelle stese negli stessi anni, come "O Giovannino o la morte", "Una fioraia" e "Canituccia". Il suo recupero è necessario, non per adeguarsi alla moda delle quote rosa, inopportune in letteratura, ma per i reali meriti della sua scrittura felice, a tratti impressionistica, a tratti carica di ineguagliato pathos allocutorio.

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