06/09/2014

LA GENETICA CHE SALVA IL VINO

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L'arrivo delle malattie cosiddette americane in Europa verso la metà dell'Ottocento mise completamente in crisi lo status quo economico e sociale nel quale galleggiava la viticoltura europea, ma anche un'occasione irripetibile per il rinnovamento della viticoltura, che da allora venne definita 'moderna'. Furono gli studi di genetica, allora agli albori, a creare nuove varietà di portinnesti e di vitigni per reagire agli effetti nefasti di questi mali devastanti per le coltivazioni. Attilio Scienza, docente di Viticoltura presso l'Università degli Studi di Milano e autore di Accidenti, malattie e parassiti della vite, in dialogo con il viticoltore Giovanni Gregoletto, mostra come la genetica sia ancor oggi la vera risposta alla domanda di sostenibilità ambientale della viticoltura, la quale non può rinunciare a combattere i parassiti se vuole difendere la 'straordinaria invenzione' del vino.

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Presso la Chiesa di Santa Maria della Vittoria un professore di viticoltura e un viticoltore raccontano la radicale evoluzione (e la parola non è scelta a caso) che la produzione del vino subì nel corso dell'Ottocento: i due sono Attilio Scienza e Giovanni Gregoletto, e al centro del loro incontro, come annuncia il titolo, vi è una convinzione: la genetica salva il vino. Nel  volume dal titolo "Accidenti, malattie e parassiti della vite", spiega Gregoletto, vengono proposti «frammenti di piccole storie» tramite una collezione di materiali d'epoca (da documenti a manifesti). Si tratta di testi, continua il viticoltore, scritti in modo «ameno, non tecnico ma umanistico», mirando a offrire «piccole gemme» al lettore. Attilio Scienza aggiunge che lo scopo del libro è «capire il significato e gli effetti delle malattie della vite nella storia della nostra viticoltura» e, per avvicinare il pubblico di Festivaletteratura alla tematica, il professore dell'Università degli Studi di Milano ripercorre la storia tracciata all'interno della monografia. Al centro vi è la rivoluzione che ha toccato la produzione vinicola a metà '800: una rivoluzione resa possibile a seguito delle tesi di Mendel, Darwin e Wallace e dal pungolo delle malattie che colpiscono i vitigni europei a metà Ottocento, giunte insieme a piante importate dall'America. Alle malattie delle colture si era tentato anzitutto di rispondere combattendo gli insetti, ma presto scienziati e addetti ai lavori si resero conto che alcune varietà d'uva americana fossero resistenti al morbo. Iniziarono così, racconta Scienza, i primi esperimenti d'innesto basati sulle applicazioni delle teorie mendeliane. Paradossalmente è proprio grazie alle malattie che la viticoltura, rimasta praticamente inalterata sin dal Medioevo, si evolve: dalla collaborazione tra scienziati e coltivatori nasce infatti la stampa dedicata alla tematica e vengono aperte le prime scuole agrarie, mentre l'Esposizione universale di Parigi del 1889 premia i primi ibridi tra specie europee e americane. A oggi, con l'Expo di Milano alle porte, poco è cambiato da quell'epoca, spiega Scienza: si discute ancora oggi sulla manipolazione genetica delle piante per ottenere specie resistenti, tema attualissimo e chiamato in causa anche dalle numerose polemiche contro gli OGM. Da parte sua, il professore di viticoltura fa proprio il motto «Il progresso è il tradimento fedele della tradizione»: malgrado la ricerca venga spesso messa in relazione a problematiche come l'inquinamento del suolo e dell'atmosfera - sostiene il ricercatore - essa resta fondamentale per la viticoltura (e non solo). Conclude dunque il suo discorso con un appello: «Dimostriamo che attraverso la scienza e la ricerca si possono sconfiggere malattie che hanno effetti assai nocivi per l'agricoltura».

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