06/09/2014

NUOVI RACCONTI PARTIGIANI

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«La mia memoria mi inquieta perché non è dolce né arrendevole. Mi stordisce come un pugno violento. E non posso farci niente». Giulio Questi è un esordiente di novant'anni. Partigiano in Valtellina, subito dopo la guerra inizia a scrivere su un giornale locale e i suoi articoli vengono notati da Vittorini, che gli propone di pubblicare un volume nei Gettoni di Einaudi. Ma la sua vera passione è il cinema, e il libro non uscirà mai. Dopo una vita rocambolesca passata sul set a lavorare come attore, scenografo, operatore e regista (i suoi western sono venerati da Quentin Tarantino), Questi è tornato recentemente a scrivere. Uomini e comandanti è una raccolta di racconti che si ricongiunge alla linea di scrittura resistenziale di Calvino, Fenoglio, Meneghello, sorprendendo il lettore per la sua dimensione fiabesca. A raccogliere le sue testimonianze letterarie e di vita è lo scrittore Davide Longo.

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Raccontare l'incontro con Giulio Questi non è facile. Non è facile perché caleidoscopico e mitologico è il personaggio, osannato anche da Quentin Tarantino. Non è facile perché densa di storia e aneddoti personali è la sua vita, che passa per i monti e la resistenza al nazifascismo, si dispiega nel grande cinema italiano per poi arrivare, in vecchiaia, alla prima, folgorante esperienza narrativa. All'evento che lo ha visto protagonista, dal titolo "Nuovi racconti partigiani", Questi è stato intervistato da Davide Longo e ha raccontato della sua memoria finita in forma di pagine, praticamente a sua insaputa, come dice scherzando: si tratta della raccolta di racconti "Uomini e comandanti" (2014), scritti a partire dall'immediato dopoguerra. In essi si fissano i ricordi e le esperienze di una straordinaria biografia, a partire dai due inverni passati sui monti durante la resistenza, quando gli inglesi fecero mancare il sostegno alla sua brigata lasciandola allo sbando e senza appoggio. Ma la resistenza descritta da Questi ha poco in comune con quella che magari siamo stati abituati a leggere attraverso le parole di Fenoglio (scrittore con cui entrò tra le altre cose in contatto per un progetto su un soggetto cinematografico che non si concretizzò mai): la sua è una resistenza demitizzata, a tratti umoristica e molto umana, non per questo meno dura, autentica, dolorosa. È una resistenza che non solo è confronto con il nemico, nascosto chissà dove tra le rocce dall'altro lato del crinale, ma anche con la natura. Perché, come dice Questi, «il campo di battaglia, quello su cui si combatte, non è fatto solo dal nemico, ma anche da terra e fango». E così, al di là delle linee, non c'è solo il tedesco, ma anche la pioggia, il vento, il freddo, la neve, la fame, la solitudine di un intellettuale combattente rispetto ai suoi compagni di brigata, minatori, estrattori di carbone, in gran parte analfabeti. Ma quel campo di battaglia, la guerra, dice Questi, sono stati il suo romanzo di formazione. La sua è una narrazione lucida, perché «a 18 anni hai gli occhi che vedono in alta definizione e i dettagli ti si fissano bene».  Questi poi abbandona i monti e il fronte per trasportare gli intervenuti attraverso il resto della sua vita, dall'incontro con Fenoglio a quello con Fellini, attraverso Lizzani, Petri e gli anni d'oro del cinema italiano nell'Italia del boom economico, dove le resistenze almeno per il momento potevano tirare il fiato. Quello che invece lascia senza fiato è la possibilità di ascoltare (o leggere per chi non c'era) una testimonianza inedita, fuori dalle righe e dai registri tipici della narrazione della resistenza. E in questo si può notare il tratto, lo stile, autentico e unico, che sarà poi non uguale nella forma ma comunque tipico della scrittura che avrebbe accompagnato il suo cinema.

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