08/09/2017

BIOGRAFIA DEL CALIFFATO

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Il giornalista del "Washington Post" e vincitore di due premi Pulitzer Joby Warrick indaga sul fenomeno dell'Isis fin dai suoi albori, quando il movimento terroristico si è diffuso, partendo da una remota prigione in Giordania, per combattere l'occupazione americana dell'Iraq e il governo sciita sostenuto dagli USA dopo il rovesciamento di Saddam Hussein. Grazie a fonti giordane e della CIA, l'autore di "Bandiere Nere. La nascita dell'Isis" racconta una precisa cronaca della crescita di un male che si è diffuso in tutto il mondo, tracciandone una avvincente cronistoria che attinge a testimonianze di spie, diplomatici, agenti dei servizi segreti e capi di stato. Insieme al giornalista Guido Rampoldi aiuterà i presenti a fare luce sul coacervo di fazioni in campo e sugli errori della politica occidentale in Medio Oriente.

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«Rigore dell'informazione, narrazione avvincente e capacità di stimolare domande» - queste le caratteristiche attribuite da Guido Rampoldi al romanzo "Bandiere nere. La nascita dell'ISIS" di Joby Warrick, reporter del "Washington Post" nonché due volte Premio Pulitzer, durante il confronto tra i due autori a Palazzo San Sebastiano.
Il giornalista de "Il Fatto Quotidiano" ha dialogato con l'autore americano sulla cronaca del movimento, descritto da Warrick fin dagli albori, quando il capo di Al-Qaida in Iraq, Abu Musab Al-Zarqawi, fu liberato dalle autorità giordane che ne sottovalutarono la pericolosità. Zarqawi fu poi dichiarato dagli USA l'anello di congiunzione tra l'Iraq di Saddam e l'11 settembre, falsità che rese il terrorista famoso e gli permise di fomentare il settarismo sciita-sunnita nel Paese. E ben presto l'ISIS si scisse da Al-Qaida, rifiutando di obbedire a qualunque autorità.
Il movimento ha caratteristiche peculiari, ha spiegato Warrick, come la ferocia strategica che lo rende unico ma tossico e che gli procura nemici; in comune con la criminalità organizzata ha poi i metodi di finanziamento, ovvero il furto, il mercato nero e la conquista di banche e università, diversamente dalle donazioni che riempiono le casse di Al-Qaida. La politica estera USA invece è passata dall'eccessivo interventismo del 2003 al lassismo della presidenza Obama, che lasciò il re giordano e i ribelli anti-ISIS senza un supporto sufficiente per contrastare l'avanzata dei terroristi. Memore dell'esperienza nel Dipartimento di Stato con la Clinton, l'autore ha però cercato di spiegare quanto sia complicato capire se intervenire o lasciare impunite le violazioni dei diritti umani. «Sono decisioni strazianti» ha detto.
Infine, Rampoldi ha interrogato Warrick sul futuro del movimento. «Hillary Clinton disse saggiamente che la guerra in Siria è un problema che viene dritto dall'inferno» ha rivelato l'ospite, riferendosi alla molteplicità degli attori in gioco e all'instabilità politica della regione. «Per gli Stati Uniti si tratta di guerra contro l'estremismo, ma nella regione è una storia diversa, si tratta di una proxy war legata alle dinamiche mediorientali». Ciò significa che conflitti in corso da decenni, in cui i vari attori fanno di tutto per limitare l'uno il potere dell'altro, finanziando questo o quel gruppo ribelle, continueranno per molto tempo. «I generali si chiedono: quali conflitti insorgeranno dopo la sconfitta dell'ISIS?». L'autore lamenta l'assenza di una politica internazionale coordinata sui gruppi terroristici e in una recente intervista ha criticato l'alleanza USA con l'Arabia Saudita, che invece di diventare più moderata, come l'Iran, diffonde il wahhabismo e fa guerra al Qatar.
«La priorità adesso è lavorare nelle prigioni, vere e proprie università della Jihad, separando i giovani dai veterani. Saranno molti i combattenti di ritorno dalla militanza nell'ISIS», ha dichiarato. «E non dimentichiamo che, da quando sta perdendo militarmente, lo Stato Islamico ha intensificato la propaganda online. L'ISIS ha anche una vita nel cyberspazio».

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