08/09/2006

Tahar Lamri e Igiaba Scego con Nella Roveri


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Come già accaduto per altre lingue, l'italiano sta conoscendo un'interessante fioritura di testi prodotti da autori provenienti da altre parti del mondo. Alla letteratura italiana di immigrazione Festivaletteratura dedica quest'anno una serie di appuntamenti: al primo incontro intervengono Tahar Lamri, algerino, autore di "I sessanta nomi dell'amore", e Igiaba Scego, somala, che ha pubblicato tra gli altri il romanzo "Rhoda" e alcuni libri per bambini. Conduce Nella Roveri.


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Italiano

Venerdì pomeriggio, nella chiesa di Santa Paola, Tahar Lamri e Igiaba Scego sono i protagonisti del primo incontro sulla letteratura di immigrazione. Letteratura della migrazione che nasce come cammino costante nell'evoluzione della lingua e che è un tentativo degli 'stranieri' di arricchire la lingua italiana stessa. Gli autori si raccontano attraverso la lettura di frammenti dei loro ultimi romanzi. Igiava Scego, origini somale, italiana d'adozione, in Italia è cresciuta e ha studiato; Igiava soffre per la perdita del nome, che molti stranieri subiscono per acquisire la cittadinanza italiana, perdita che vive come una limitazione della propria identità. Bella la metafora che adotta per parlarci delle identità, immaginandola come una torta multistrato che non è più tale se manca anche un solo ingrediente. Nel ricordarci che la sua lingua originale, il somalo, nasce come lingua scritta solo nel 1972, rimarca che la cultura africana si radica nell'oralità e che spesso non conosce lo scritto. Si riascolta per cercare di creare sempre la più bella sonorità dei testo. Nel suo ultimo romanzo "Rhoda" la scrittrice indaga luci ed ombre, e il piacere femminile, attraverso il suo personaggio, una prostituta che continua a raccontarsi anche dall'oltretomba. Svelandoci un segreto della sua scrittura, riascolta sempre ciò che scrive per cercare sempre la sonorità più bella. Tahar Lamri, ironizza sulla stranezza che generano alcuni nomi stranieri in Italia e scherza anche sul suo di nome che si pronuncia 'Tar' ed evoca il tribunale amministrativo. E parlando degli suoi affetti ce ne racconta la difficoltà che ha vissuto cercando sempre di non specchiarsi nelle sue origini. Nel suo romanzo "I sessanta nomi dell'amore", affronta attraverso i dialoghi dei protagonisti il perché della guerra e del terrorismo. Mi piace ricordare una frase che lo scrittore ci ha lasciato: «l'essere specchio dell'altro non è giusto, occorre provare a farsi riconoscere per la propria identità».

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