06/09/2007 - Oltremanica

Menna Elfyn e Gwyneth Lewis con Giorgia Sensi


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Menna Elfyn ("Autobiografia in versi") è altruista, di un altruismo religioso che sente a un dato momento il bisogno della politica. E con l'amore della politica, in Elfyn nasce quello della poesia. Di Gwyneth Lewis ("Non lascio mia madre") Josif Brodskij ha scritto: «Ben scelte, educate, strazianti, le sue poesie formano un universo i cui pianeti usano la lingua come ossigeno, e dunque non sono abitabili». Un incontro a due voci sulla poesia del Galles. Coordina Giorgia Sensi, traduttrice e docente di Letteratura Inglese all'Università di Ferrara.


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«Qualcuno mi ha detto un giorno che leggere una poesia tradotta è come baciare con un fazzoletto sulle labbra. La mia risposta è stata: beh, anche un bacio attraverso un fazzoletto è meglio di nulla». Coraggiosa, Menna Elfyn comincia a leggere le proprie poesie in gallese. Lo si respira già dai suoi versi, ancor prima di ascoltare la versione italiana, il senso che quelle parole evocano. Menna Elfyn è stata tra coloro che negli anni '60 si sono battuti per salvare una lingua allora emarginata e disprezzata, oggi rivalutata per il suo valore poetico: il gallese. È finita in carcere per questa sua lotta e non ha voluto pagare per uscirne. Ha continuato a scrivere poesie nonostante le venisse domandato come mai, essendo una donna, non si desse piuttosto alle novelle ed ai racconti, alla prosa, dal momento che allora si riteneva soltanto gli uomini fossero in grado di essere dei veri poeti. È combattiva, Menna Elfyn. E tuttavia dalle sue poesie trapela una dolcezza estrema. Così da quella sulle pantofole, scritta per la figlia che le chiede di adottare un ritmo più lento: «Di sicuro una poesia in pantofole non può correre» spiega. Poi si affretta ad aggiungere: «Ma forse qui c'è qualcosa di più profondo, da comprendere». Legge. Di suole di gomma raglianti con cui aprire un sentiero di tranquillità. Non chiuse dietro, fedeli alla terra, mostrano un mondo oltre, nel quale infilare i piedi. Un mondo dove esiste ancora l'umiltà, dove non servono tacchi e suole dure per aprirsi una strada. In ritardo a causa dello sciopero dei controllori di volo italiani a Londra, arriva trafelata al Chiostro di San Barnaba l'altra poetessa gallese, Gwyneth Lewis. Si scusa: «Sono le 20, avrei tanto voluto essere qui ad 'Oltremanica' alle 19:15, come concordato... mi dispiace». Subito si ricompone, improvvisa una sequenza di poesie da leggere ad alta voce e comincia. Ordinata, riflessiva, è una poetessa dell'interiorità; raschia idee ed emozioni dal fondo del proprio io, poi delicatamente le stende su carta. Come quando un giorno, affamata, le capitò d'inghiottire la luna e questa si appiccicò al suo palato, secca come un'ostia. O quando in Irlanda, in riva al mare della contea di Cork, si accorse che ancor prima di partire le mancava quel posto; non rispose al telefono che suonava nella cabina, ma ascoltò se stessa e comprese: desiderava soltanto tornare dove non era mai stata.

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