07/09/2007

VERITÀ, RICONCILIAZIONE
. Una storia sudafricana


2007_09_07_079

«Questa cosa chiamata riconciliazione... se ho capito bene quello che significa... se vuol dire che quest'uomo che ha ammazzato Christopher (...) ridiventerà umano, così che io, che tutti noi possiamo riprenderci la nostra umanità... allora sono d'accordo, allora la sostengo fino in fondo». Le parole di Cynthia Ngewu sono tra le tante raccolte da Antjie Krog nel suo lavoro di cronista svolto per la radio sudafricana seguendo i lavori della Commissione per la Verità e Riconciliazione. Di questa esperienza straordinaria, raccontata in "Terra del mio sangue", la Krog parla con lo storico Marcello Flores e con Itala Vivan, esperta di letteratura africana.


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Antjie Krog è stata portavoce per la radio sudafricana dei lavori svolti dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione voluta da Nelson Mandela e l'arcivescovo Desmond Tutu all'indomani della proclamazione della fine del regime dell'apartheid.
Una progetto così lungimirante che ha voluto mettere vittime e carnefici, bianchi e neri, gli uni di fronte agli altri, affinché potessero avere giustizia e insieme verità senza passare per le armi. Una idea di cambiamento difficile, doloroso, che per sopravvivere ai giorni delle udienze deve replicarsi e rinascere ogni giorno. Una idea di giustizia che per esser tale non deve solo affrancare l'anima da un peso e da un segno comunque indelebile, ma che deve abbracciare la rinascita sociale ed economica della parte maggiormente offesa. Le parole raccolte dalla Krog, veicolo di sangue versato, di lacrime, odio e infine perdono, vengono da lei maneggiate con cura, riferite e non distorte,con la competenza e l'accortezza che una poetessa come lei possiede. Antjie Krog è una sudafricana bianca, una afrikaner, che era schierata contro il regime della apartheid in Sudafrica prima che Nelson Mandela giungesse al potere.
Poetessa e giornalista, ha seguito i lavori della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, sorta nel 1995.
Una esperienza, questa, che ha vissuto come occasione per rimettere in discussione se stessa.
La raccolta delle testimonianze degli imputati cui veniva concessa l'amnistia in cambio di una confessione completa della verità l'ha accompagnata per molto tempo e in questi anni ha documentato la capacità del suo popolo di sapere donare il perdono.
Il lavoro della commissione non comprendeva questo passo, ma si trattava di una scelta individuale, un processo di restituzione di quell'umanità perduta dal carnefice da parte della vittima. Perché chi commette un omicidio ha perso la propria umanità e la vittima di una tale brutalità rischia di perderla a sua volta.
Il perdono permette a chi lo concede di far rinascere la speranza che nel carnefice rinasca il sentimento di umanità perduto, e che anche la stessa vittima non corra quel rischio.

Un altro merito della Commissione è stato quello di non dividere la società sudafricana in buoni e cattivi, di non additare i bianchi come rappresentanti del male, ma di riconoscere come il male sia parte della nostra natura, di chiunque.
Obiettivo molto difficile questo, considerato che il terrore dell'apartheid non è finito con la caduta storica del regime, ma sopravvive come trauma transgenerazionale con tutti i i suoi effetti. Si tende a pensare che Mandela e lui solo sia degno di considerazione, come eccezione di un popolo che viene ancora non considerato per le sue potenzialità.
Anche sulla scena internazionale Mandela non viene considerato uno statista, un uomo la cui filosofia, il cui pensiero possa essere preso come spunto, nonostante sia stato declinato propriamente per il Sudafrica.
Nella classifica di "Time", egli compare tra le icone del secolo, come una cometa meravigliosa che una volta passata è destinata a sparire.
Del resto, possiamo individuare nella nostra società un senso di responsabilità collettiva? Un sentire che possa far pensare ai debiti che l'Europa ha verso l'Africa, dell'eredità coloniale che da un lato ha portato prosperità e dall'altro non ha seminato nulla?
Il dibattito è acceso, e la stessa Krog rincalza alle domande con altre domande. La sua è una partecipazione attiva al dibattito, sintomo di una buona sintonia raggiunta con il pubblico.
Inenarrabile rimarrà l'attimo delle sue lacrime, cui non seguiranno parole, alla domanda di una signora israeliana che, in Italia, da anni fa parte dei comitati contro la politica dei territori palestinesi occupati. Questa donna chiede alla poetessa: «Come si fa a vivere il dolore di essere dalla parte sbagliata, di dover spiegare in casa, ai propri figli che il nemico di cui si parla siamo noi?».
Entrambe hanno pianto, l'una parlando, l'altra tacendo.

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