11/09/2011

MADRI DI CARTA

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Sono sicuramente tra gli esordi italiani più interessanti degli ultimi anni e, pur con scritture molto diverse, i due notevoli romanzi di Viola Di Grado ("Settanta acrilico trenta lana") e di Donatella Di Pietrantonio ("Mia madre è un fiume") raccontano un tormentato rapporto madre-figlia. Ma mentre la ventenne Di Grado ambienta in una Leeds sepolta nella nebbia l'assurdo ménage di una giovane studentessa e della madre, ossessiva fotografa di buchi e polvere, la più matura Di Pietrantonio tratteggia in un Abruzzo rurale e selvatico il difficile confronto tra un'anziana donna privata dalla malattia della memoria e dell'anaffettiva figlia, obbligata a ricostruire il passato della madre e quindi anche il suo. Conduce l'incontro il giornalista e scrittore Francesco Abate ("Chiedo scusa").

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Italiano

Madri di carta sono quelle tratteggiate da Viola Di Grado e Donatella Di Pietrantonio, di carta non solo perché appartengono al mondo della letteratura, ma anche per la fragilità dei loro affetti sul punto di lacerarsi come veline. Intervistate da Francesco Abate, presso Palazzo Aldegatti, le autrici introducono il pubblico nel tormentato rapporto madre-figlia, esplorato, pur con scritture diversissime, da entrambe. Accanto alla complessità dei sentimenti messi in scena, ad accomunarle è la centralità della parola, cercata e ripetuta, come un mantra, in "Mia madre è un fiume" della Pietrantonio; negata, soffocata, perché inutile e ormai incapace di comunicare in "Settanta acrilico trenta lana". «Un vomito di parole da cui scappare», si legge nel testo della Di Grado in cui le protagoniste sono affette da una specie di 'anoressia verbale', la lingua è «materia ottusa e iniziale a cui il dialogo è precluso». Impossibilità di comunicare partorita dall'aridità di affetti fra Camelia e la madre, in fuga dal lutto per il marito, ossessiva fotografa di buchi e polvere. Patologia che svuota le parole di significato al pari dell'Alzheimer che affligge, in un Abruzzo rurale e selvatico, l'anziana donna descritta dalla Di Pietrantonio. Dimenticare «le mani perpendicolari che agivano su di lei i compiti dell'accudimento» e ricostruire il rapporto è l'obbligo che attende ora la protagonista, «non un corpo a corpo, pericoloso e insopportabile», ma una relazione mediata dal linguaggio.

«Una madre che si strappa con troppo facilità, una madre da buttare» è quella raccontata da Viola di Grado nel suo avvincente romanzo d'esordio, "Settanta acrilico trenta lana". Parole forti per esprimere il rovello della relazione impossibile, profonda e morbosa, cercata e rifiutata, con la figura materna. Fin dal titolo s'intravedono le difficoltà di questa battaglia d'affetti, distante e vischiosa,  come l'acrilico che «che non scalda abbastanza, ma impregna di sudore freddo». In "Mia madre è un fiume", sono malattie dell'anima quelle che si scorgono fra le righe, colpevoli di aver svuotato di senso le parole, reiterate come una litania nel romanzo della Di Pietrantonio. Prima l'asprezza dell'Abruzzo contadino, ora l'oblio della memoria bucata dall'Alzheimer hanno fatto evaporare l'amore dell'anziana donna. Per salvarsi dal rancore verso la figura materna, «carta abrasiva», distante ma sempre presente nell'assenza, la protagonista tenterà allora di reinventare il proprio linguaggio. Una lingua di mediazione, capace di sottrarla al «pericoloso corpo a corpo» delle emozioni, di risparmiale il contatto prolungato della pelle umana della madre, 'ghiaccio che ustiona'. «Un amore andato storto da subito» è anche quello che lega la ventenne Camelia, giovane studentessa sepolta nella nebbia di Leeds alla madre, assillata dalla morte del marito, rievocata giorno dopo giorno nell'ossessione di fotografare buchi e polvere. Per Camelia, ormai anche le parole sono inutili, «non comunicano più», ingoiate dai 'buchi' e incrostate dall'uso. Per salvarsi la protagonista si affiderà ad una lingua alternativa, quella degli ideogrammi cinesi, fatta di segni che catturano la realtà. Tracciati infinite volte comporranno la sua 'mappa di inadeguatezze'. Così il simbolo dell'odio si articolerà a quello dell'amore inespresso. Gli «artigli che nell'idioma cinese ne indicano la chiave»: sono fatti per amare, stringere a sé e trattenere, ma possono anche uccidere. Come in "Mia madre è un fiume" le passioni sono grovigli, in cui il rimosso, coibentato nelle gabbie della nostra razionalità, rischia di riemergere in ogni momento, inaspettato e tragico.

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