06/09/2012

UNA FAME SOSTENIBILE

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Sementi migliorate, fertilizzanti e pesticidi, meccanizzazione massiccia: sono questi i metodi che hanno consentito, dopo la Seconda guerra mondiale, di sfamare milioni di individui. Oggi questo modello sta mostrando i suoi limiti, a fronte della crescita dei consumi agroalimentari a livello mondiale e alla progressiva riduzione dei terreni coltivabili. Danielle Nierenberg, esperta di allevamento ed agricoltura sostenibile, gestisce il progetto "Nutrire il Pianeta" per il Worldwatch Institute, con l'obiettivo di trovare e diffondere nuovi modelli di sviluppo volti a diminuire la povertà e la fame, ridurre gli sprechi e conservare la biodiversità. Nierenberg ne parla con Andrea Segrè, esperto di scienze agrarie ed ecologia.

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La sostenibilità è la caratteristica di un processo o di uno stato che può essere mantenuto ad un certo livello indefinitamente. Può essere sostenibile la fame? Dovremmo fare in modo che chi ha fame, mitighi questo bisogno nel tempo: nel 2050 saremo nove miliardi di persone da alimentare ed oggi facciamo fatica ad alimentarne sette.
L'esperta di allevamento ed agricolture sostenibili, Danielle Nierenberg, insieme ad Andrea Segrè, descrive i metodi innovativi per approcciarsi ad una sostenibilità economica ed ambientale. Dal 2009 al 2011 ha visitato una trentina di paesi africani, ha parlato con ricercatori, giornalisti, esperti, e alla fine delle sue ricerche ha stabilito le quattro priorità che necessitano investimenti. Le innovazioni sono: prevenzione dello spreco, incremento della flessibilità nei confronti dei cambiamenti climatici, sensibilizzazione votata a rendere più affascinante l'agricoltura per i giovani, sviluppo dell'agricoltura urbana.
Danielle Nierenberg sostiene che è opportuno ascoltare i piccoli agricoltori, che stanno già mettendo in atto questi accorgimenti. Lo scenario è questo: da 30 anni l'agricoltura viene ignorata dai governi e dagli innovatori, la crisi alimentare già in atto dal 2008 ha portato i prezzi a subire un incremento tra il 20% e il 50%. I più importanti investitori, come Gates e Rockefeller, stanno riaccendendo l'interesse pubblico, tuttavia essi finanziano le soluzioni facili che rappresentano una risposta solo nel breve periodo.
Ora, ci illustra Segrè, la questione non è semplicemente di risorse alimentari, ma legata all'agricoltura e alla produzione: su sette miliardi di persone, un miliardo ha problemi di denutrizione, ma circa un altro miliardo ha problemi di obesità, di ipernutrizione. Questo problema non riguarda solo le grandi città, ma anche le campagne. Il fatto è che si mangia male e con un enorme spreco. Citando ancora le statistiche, si stima in un miliardo e trecento milioni di tonnellate il cibo sprecato, che, trasformato in calorie, sfamerebbe metà della popolazione mondiale e lo spreco aumenta in proporzione con lo sviluppo dell'economia di un paese. Ovviamente questo spreco si trasforma poi in rifiuti, che hanno enormi costi di smaltimento e comportano danni ambientali. 
Il problema non è la produzione (si produce una quantità sufficiente per nove miliardi di persone) bensì il fatto che produciamo le colture sbagliate. Servono investimenti: puntare maggiormente sulla coltivazione e il consumo di cibi indigeni tradizionali e insegnare ai giovani a cucinarli potrebbe essere un buon punto di partenza.
Tendiamo a essere cinici sul problema dell'obesità, ma non dobbiamo essere cauti sulle critiche, precisa la Nierenberg, perché le aziende produttrici di cibo offrono scatole colorate e originali per attrarre i bambini, ma non offrono un nutrimento valido. In ogni paese il cibo proviene dall'estero, spesso quello che viene consumato non è indicato per l'alimentazione e compromette lo sviluppo dei giovani, che non sono capaci di condurre una vita attiva.
C'è poi da aggiungere che la terra disponibile sta andando esaurendosi, soprattutto nei paesi altamente popolati, come la Cina o l'Arabia Saudita. Le nazioni in questione comprano terreni in Africa (dove i governi li vendono senza troppi scrupoli) e vi portano i loro agricoltori a lavorare. Non bisogna trascurare alcuni risvolti positivi, come, ad esempio, il caso della Cina che in Etiopia si è accollata l'onere di costruire alcune strade.
Segrè conclude con una provocazione e afferma che la crisi deve far investire sull'agricoltura in quanto l'economia di mercato, e nella fattispecie l'economia virtuale, non sta funzionando granché e si auspica l'arrivo imminente di nuove proposte.

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