08/09/2012 - L'ala del racconto

Nathan Englander e Etgar Keret con Stefano Salis

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Due autentici e prolifici fuoriclasse del genere animano il terzo incontro dedicato al racconto: sono lo statunitense Nathan Englander - Per alleviare insopportabili impulsi e Di che cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank - e l'israeliano Etgar Keret - La notte in cui morirono gli autobus e All'improvviso bussano alla porta.

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Il terzo appuntamento della serie dedicata al racconto vede protagonisti due maestri indiscussi del genere: Nathan Englander ed Etgar Keret. Stefano Salis, coordinatore dell'incontro ritiene che, qualche volta, le presentazioni dei libri possono esagerare elogiando eccessivamente gli autori ma, in questo caso, ogni tipo di apprezzamento è giustificato dal loro spessore. La curiosità che nasce dinanzi scrittori di racconti riguarda le motivazioni che spingono a scegliere di utilizzare la formula del racconto e quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo genere di scrittura. Englander ritiene che, nonostante molti romanzi lo abbiamo emozionato ed illuminato, siano stati alcuni racconti brevi a cambiargli la vita. Inoltre il racconto è una forma naturale, esatta e precisa; scaturisce naturalmente e la sua dimensione è quella ideale. Etgar Keret ritiene che non ci sia preferenza da parte dell'autore nel tipo di formula da scegliere. È la storia che sceglie la propria dimensione. I suoi racconti sono folgoranti e la brevità gli è complice. Dal punto di vista tecnico i due autori affrontano il racconto nello stesso modo: Englander ritiene che la coscienza dello scrivere non coincida con la scrittura. Il sentimento del racconto entra in scena quando lui si allontana e si solleva dal racconto stesso. Non può metterci le sue intenzioni, la storia è autonoma e decide da sé ogni percorso da compiere. Anche per Keret è importante non sapere cosa succederà. È la curiosità la protagonista assoluta. Se, nello scrivere, gli capita di allungarsi in descrizioni pleonastiche, è la sua impazienza, la volontà di conoscere come andrà a finire, a richiamarlo all'ordine e a condurlo direttamente alla conclusione. In entrambi gli autori sono presenti riferimenti metaletterari ad altri scrittori e Salis indaga su quali scrittori hanno influenzato maggiormente la loro scrittura. Per Englander sono le storie e non gli scrittori ad essere determinanti. Ovviamente sono numerosi gli scrittori che lo hanno influenzato, primi fra tutti Kafka e Camus, ma preferisce pensare alle storie ed al racconto come modo di raccontare la Storia nel suo complesso. Keret, essendo israeliano, è sempre stato affascinato dagli scrittori israeliani ma si è sempre sentito inadeguato nei confronti della loro competenza nell'arte del vivere. È stato solo grazie a Kafka, leggendo per prima "La metamorfosi", che ha realizzato che un tipo di scrittura diversa fosse possibile. Come ultima domanda Salis chiede ad entrambi di esprimere i difetti dell'altro. Englander e Keret, oltre che colleghi sono amici e, naturalmente, ritengono di non dover evidenziare difetti particolari. Keret, però, invita Englander a continuare a scrivere racconti perchè teme che il puritanesimo americano, che prevede che un bravo scrittore evolva dalla forma del racconto a quella del romanzo e qui si fermi definitivamente, possa sottrarlo a questa forma d'arte, della quale Englander è massimo rappresentante. Il pubblico è divertito; l'intimità e la simpatia degli autori lo ha contagiato e non mancano le domande su scelte stilistiche e decisioni strutturali. L'immagine più bella per una degna conclusione la dipinge Englander sostenendo che guardando l'album di famiglia di Keret, oltre alla moglie ed al figlio, in qualche angolo spunta sempre la faccia di zio Nathan. Anche questo è un miracolo della letteratura! 

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