07/09/2013

DIALOGO SULLA POESIA

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«Nel paese della poesia. Nella terra dove l'invisibile si affaccia con i suoi riverberi, l'impossibile con le sue trasparenze, il non accaduto con le sue fantasmagorìe«, scrive Antonio Prete nelle sue "Meditazioni sul poetico" e, quasi in controcanto, Renato Minore, presentando "La promessa della notte", aggiunge :«dinanzi alla forma di abbaglio, di emozione, di sorpresa che ti dà la lettura di una poesia, non c'è alcun tipo di abitudine; c'è abitudine a tutto quello che è il contorno». Poeti entrambi, nei loro ultimi saggi con modalità diverse esplorano autori, testi e temi della poesia offrendo riflessioni che aprono ulteriori e originali spazi di approfondimento e lettura. Coordina Elia Malagò.

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Elia Malagò mette subito le cose in chiaro. Un dialogo sulla poesia deve essere inclusivo e non può essere autoreferenziale, perché la poesia non è pratica oscura e misteriosa riservata a pochi addetti, non richiede di essere capita ma letta e ascoltata. La poesia indirizza i lettori su tratti di strada comune sintonizzandoli su un riconoscimento reciproco e simpatetico arricchito dalle diversità. 
Gianni Toti, in un lavoro di traduzione degli anni '70 individuava un particolare avverbio attribuibile alla fruizione poetica: «cuoraggiosamente». Cuore e mente concorrono alla comprensione intellettuale ed emotiva della poesia. La poesia, quindi, lavora sul dolore e la commozione per cambiare la realtà e questo spesso infastidisce il potere e il materialismo utilitaristico della società del consumo al punto da venire spesso relegata nell'angolo del 'meraviglioso inutile'. Eppure ogni epoca ne ha sentito la necessità e mai come oggi se ne sente il bisogno per restituire vigore e pulizia alle parole, rinnovarle e ritrovare con esse il 'fondamento dello stare'. L'incontro tra Antonio Prete e Renato Minore è avvenuto casualmente al Festival e da questo incontro è nato un fitto scambio epistolare tra i due e l'idea di questo dialogo, che ha il pregio di non suonare da vittimistico requiem della morte della poesia o della scomparsa dei suoi lettori. Non manca la consapevolezza della difficoltà della poesia di farsi strada oggi e penetrare in un mondo chiassosamente fatto di comunicazione patinata, slogan e parole che 'squadrano il reale da ogni lato'. Ma c'è anche una forte tensione propositiva e ottimistica, alimentata dalla consapevolezza che, per quanto genere poco frequentato, la poesia è silenziosamente vivissima nelle letture solitarie di pochi resistenti o in eventi come questo in cui si prende la rivincita contro la dominante comunicazione univoca, banale, che rifiuta la complessità e l'ambiguità. 
Anche Renato Minore ci tiene a sottolineare che la poesia passa per gli 'incantamenti dello stare al mondo' e non è una pratica astratta e oscura. Se vogliamo tuttavia che il testo poetico smetta di sembrarci impenetrabile dobbiamo avere il coraggio di addentrarci in questo genere. Questa non è tuttavia la soluzione per sciogliere l'ambiguità poetica, anzi: più si legge, si studia e si tenta di interpretare un testo poetico e meno il significato sembra afferrabile, al punto che ogni definizione teorica, per quanto interessante e corretta, sembra sempre insoddisfacente. La poesia mantiene sempre un 'piano di fuga', un' 'uscita di sicurezza secondaria' rispetto alle manie schematiche e totalizzanti della razionalità umana impedendo a quest'ultima di circoscriverne il significato. Basta leggere il testo poetico per mandare in frantumi le interpretazioni critiche o almeno per depotenziarne le pretese di comprensione totale e univoca. 
La lettura poetica si svolge sempre al presente e crea una 'palpitante evidenza fisica' pronta a scuotere chi è disposto a fare 'ecologia mentale', cercare la solitudine entro cui far risuonare il discorso in versi e farsi invadere da questo. Chi ne è invaso acquisisce uno sguardo straniato, diverso dall'ordinario, riflessivo, che forse non crea profitto materiale ma certo conforta il cuore proiettando l'individuo al di fuori dei confini di se stesso. Il lettore diventa così partecipe di un 'io collettivo' e «partendo dai laterizi della propria esistenza scopre i luoghi di luce di tutta la tribù», col paradosso di trovare gli altri addentrandosi nel massimo del narcisismo possibile. Questi 'luoghi di luce', tuttavia, rivelano sempre delle ombre, delle ambiguità, perché la poesia, come dice Antonio Porta, «dà una scossa, la speranza di una risposta più che una risposta».
 Antonio Prete riprendendo le parole della Malagò ribadisce che due interrogazioni possibili nei confronti della poesia sono quelle dell'incantamento e del dolore. Oltre che costante disposizione verso lo stupore la poesia è infatti tentativo di raccontare il dolore con la consapevolezza di non poterlo lenire ma almeno di poterlo cantare, metterlo in musica in modo da derivarne un sorriso. Quel sorriso poetico che secondo Leopardi «aggiunge un filo alla tela brevissime della nostra vita». 
La poesia, è convinto Prete, ha a che fare con l''impossibile e le sue trasparenze': in un'epoca in cui tutto sembra possibile e le lontananze sembrano abbattute dalla tecnologia, la poesia ridà spessore alla lontananza. Il margine bianco e gli spazi vuoti tra i versi non solo servono a costruire sonoramente e retoricamente il verso, ma sono vuoti semantici che pesano quanto i versi e che chiamano il lettore a integrare il testo con il suo pensiero, il suo ritmo mentale. La poesia vive di questo bianco che rende la parola poetica parola sospesa, ambigua, che sfiora il significato e l'essenza senza mai pienamente afferrarli.

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