07/09/2013

I TRENTENNI NON ESISTONO

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Scrittore schivo, defilato, quasi un eremita come racconta in "Il ragazzo selvatico", Paolo Cognetti si è guadagnato uno stuolo di affezionati lettori che lo hanno eletto portavoce della generazione precaria per eccellenza, raccontata in "Sofia si veste sempre di nero". Sempre alla stessa generazione dà voce con la sua matita Zerocalcare, al secolo Michele Rech, che nei suoi graphic novel, da "La profezia dell'armadillo" a "Ogni maledetto lunedì su due", dimostra un sicuro passo narrativo. Di generazioni mancate, letture, maestri e speranze parleranno con la scrittrice - poco più che trentenne - Francesca Scotti.

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Italiano

Quando alla scrittrice Francesca Scotti è stato chiesto di moderare quest'incontro sui trentenni con Michele Rech, meglio conosciuto come Zerocalcare, e Paolo Cognetti, talentuoso scrittore italiano, la prima domanda che probabilmente si sarà posta sarà stata: «E io questi come li intervisto?!». Non perché siano autori inaffrontabili, anzi, ma perché quando ci si trova davanti due personaggi così palesemente diversi per genere, stile e modo di fare, spesso il rischio è quello di concentrarsi solamente sulle differenze. Che non sono poche. Parlata da romano verace uno, voce profonda e accento lievemente milanese l'altro. Autore di fumetti per il web (dove ha la maggior parte del suo seguito) e approdato solo di recente al cartaceo uno, scrittore amante della montagna che evita internet perché «mi toglie qualsiasi fantasia» l'altro. Uno cresciuto negli ambienti degli spazi occupati, dove ha iniziato a fare fumetti, e scoperto da Makkox, l'altro approdato alla scrittura anche grazie ad una scuola di cinema che gli ha permesso di capire meglio la narrazione. A unirli c'è però qualcosa. Anzitutto una sorta di timidezza reverenziale per il pubblico, da entrambi ammesso candidamente. Cognetti ammette che durante la notte si sveglierà sicuramente chiedendosi che cavolo ha detto durante la serata, mentre Zerocalcare, ripreso dalla professoressa Scotti che gli chiede di scandire bene le parole, se ne esce con un «c'è 'n sacco de gente, me mettete ansia». Ma non solo. C'è l'assurdità dei sogni: Zerocalcare da piccolo voleva fare il paleontologo e Cognetti il falegname, il barbone e il matematico. C'è il fatto che i veri maestri, coloro che hanno avuto influenza sul loro lavoro, sono state persone che non avevano in alcun modo attinenza con il loro mestiere, sono amici che stanno ancora lottando per trovare la propria strada. Poi ci sono le loro opere: per quanto siano generi diversi, chi ha letto "La profezia dell'armadillo" e "Sofia veste sempre di nero", solo per citarne due, riconosce ad entrambi una sensibilità fuori dal comune, capace di tenere in equilibrio emozioni e sentimenti senza risultare mai banali, legando al filo del racconto capitoli brevi con un loro inizio e una loro fine. Non solo per comodità, ma anche per la possibilità di raccontare la stessa storia da punti di vista diversi lasciando sempre qualcosa di non detto al lettore. E appunto, come recita il titolo dell'evento, sono entrambi intorno ai trent'anni. Cognetti racconta della sua generazione, del fatto che è stanco di sentirsi dare del bamboccio o peggio ancora del giovane scrittore. «Siamo la prima generazione che può permettersi di farsi domande sulla felicità», dice, «i nostri genitori dovevano occuparsi soprattutto del dovere». Per questo la cosa più importante ora è lottare per questo, per farci rispettare per smettere di essere considerati incapaci di scegliere e diventare adulti. Zerocalcare, domanda dopo domanda, alla fine si scioglie. Parla dell'ambiente di lotta e ribellione in cui è cresciuto, in cui «prima si fa e poi si pensa, che sarà sbagliato ma è almeno un modo per iniziare a fare qualcosa». 
Poi racconta di sé, fumettista «quasi trentenne quasi precario», perché «con i fumetti mi sono pagato l'affitto degli ultimi due anni, ma visto che l'aspettativa di vita oggi è di 90, sai com'è».
Quindi risponde alle domande del pubblico, racconta dell'armadillo che nelle sue vignette raffigura la sua coscienza, scelto perché quando si sente attaccato si chiude a 'palla', insomma, «l'animale sociopatico per eccellenza», e del soprannome nato dopo aver visto la pubblicità dello Zero-Cal. A questa, ultima richiesta dalla sala, proprio non si trattiene più e gli scappa: «Te sei giocato l'ultima domanda co 'na cosa proprio idiota». Il pubblico scoppia a ridere e poi tutti giù per autografi, 'dediche e disegnini' (Makkox docet).