07/09/2002

MA BISOGNA DAVVERO AVER PAURA DELLA PRIGIONE?


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Fatima Mernissi dà la parola a quattro delle più nuove e fresche voci che stanno accelerando le dinamiche di democratizzazione nel mondo arabo, tutti ex-detenuti politici. I loro testi letterari rendono conto di una parte della storia del Marocco spesso ignorata, quella degli anni 1970-80. «Questa letteratura dal carcere», dice Fatima Mernissi, «dimostra che se la maggioranza dei marocchini ha attraversato l'arbitrarietà di quegli anni senza opporvisi, migliaia di altri cittadini - spesso di modesta estrazione sociale, degli illustri sconosciuti, spersi in piccoli villaggi - sono entrati in conflitto diretto con il potere costituito, insistendo sul loro diritto ad avere idee diverse». Introduce Elisabetta Bartuli
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Prigione come spazio di libertà ingiustamente negata ma anche come momento per pensare e progettare il cambiamento. Questo trapela dalle testimonianze degli scrittori Fatna El Bouih, Noureddine Saoudi, e Aziz El Ouadie presentati questo pomeriggio a Palazzo della Ragione da Fatema Mernissi, una delle principali promotrici della democratizzazione del mondo arabo. Non un sentimento di vendetta, ma il desiderio di esprimere un civile dissenso ha animato questi scrittori: impegnati sin dagli anni della loro detenzione nella lettura e traduzione di opere di carattere storico e civile, oggi militano in associazioni che promuovono e difendono i diritti dei detenuti politici e delle donne, costrette ad una condizione diversa ma non meno ingiusta di prigionia e violenza.

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