09/09/2011 - Il confortatorio di Mantova

IL CONFORTATORIO DI MANTOVA

2011_09_09_092

Evento ripetuto

Quattro puntate per una storia. 2

Luigi Martini, sacerdote in forza alla curia mantovana, ebbe il compito di realizzare il 'confortatorio', ovvero la sequenza di colloqui con i condannati a morte di Belfiore e con i molti altri, che nello stesso processo vennero mandati in carcere o in esilio. Il giro di vite che il governo austriaco volle esercitare sulla città dei Gonzaga si declinò in processi farsa, con esecuzioni già previste e un trattamento inumano inflitto ai molti che furono coinvolti nel processo. Don Martini decise di scrivere un libro che volle essere 'onesto' sulla vicenda di cui fu testimone, che prese sotto la sua penna l'andamento di un 'martirologio', un resoconto giorno per giorno delle gesta di coloro che sacrificarono tutto all'idea di Italia e leggibile oggi come una cronaca in presa diretta della turbolenta vita italiana del Risorgimento. Sedici lettori leggeranno gli episodi maggiori del libro, una puntata al giorno, in modo da poter seguire tutta la complicata e dolorosa vicenda, resa nella sua assoluta immediatezza.

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Italiano

Entrando nella cella del Castello di San Giorgio dove furono rinchiusi Carlo Poma e Bartolomeo Grazioli, due dei Martiri di Belfiore, ci si sente subito spinti verso le finestre che guardano sul lago. Inevitabilmente si pensa a cosa provassero all'epoca i carcerati di fronte a quella vista: fuori c'era la loro Mantova e la libertà, dentro la morte e in mezzo pesanti sbarre di ferro.
Non è però l'odore della morte che si respira durante il secondo appuntamento con la lettura del libro "Il Confortatorio di Mantova" di don Luigi Martini, sacerdote che diede conforto ai condannati di Belfiore. Ascoltando le parole scritte da Martini si respira aria di carità, di pietà umana e della dignità dimostrata da chi sapeva di non avere più scampo. C'è spazio anche per la commozione quando dalle voci delle tre lettrici viene descritto l'incontro di Don Enrico Tazzoli, uno dei condannati, con i suoi familiari: tutti i parenti piangono, lui li conforta mentre le guardie chinano il capo imbarazzate.
Bernardo Canal, altro martire, proprio in cella chiede e ottiene da don Martini di ricevere la cresima e gli consegna la sua cravatta da portare alla madre, ultimo ricordo del suo figliolo.
Il giovane medico Carlo Poma è persino di buon umore, «Sorrideva calmo e tranquillo» scrive il sacerdote, mentre discute lungamente con don Martini sulla necessità di continuare a combattere per l'indipendenza dagli austriaci: sarà impiccato il 7 dicembre 1852 a soli 29 anni.

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