08/09/2013 - Consapevolezza verde

QUALE ENERGIA PER IL FUTURO? 2050: futuri possibili

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L'11 marzo 2011 si verificava a Fukushima uno dei più grandi disastri nucleari della storia. L'incidente ha sollevato discussioni in tutto il mondo sull'opportunità di proseguire nella produzione di energia nucleare. Anche per questo è sempre più urgente pensare a un piano energetico alternativo basato su nuove forme di energie rinnovabili. Mario Tozzi e Valerio Rossi Albertini, ricercatori del CNR e autori di "Il futuro dell'energia", da anni impegnati nella battaglia per uno scenario energetico sostenibile, ci illustrano la situazione attuale riguardo all'impiego di fonti rinnovabili, cercando di anticipare gli scenari futuri in una prospettiva di maggiore utilizzo delle energie pulite.

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Scoperto negli anni Cinquanta da Giulio Natta, il polipropilene isottatico, meglio noto come moplen, ha completamente rivoluzionato l'industria dei materiali termoplastici, per le sue caratteristiche di resistenza meccanica e l'economicità della sua lavorazione. Geologo e giornalista, nonché apprezzato divulgatore scientifico, Mario Tozzi introduce l'incontro dedicato alle risorse rinnovabili e, con il contributo del fisico dei materiali Valerio Rossi Albertini, intesse un lungo discorso che comincia dalla crisi petrolifera degli anni Settanta, quando gli italiani cominciarono a familiarizzare con le tanto discusse ‘domeniche in bicicletta'. Era una crisi profonda, dovuta all'interruzione del flusso di approvvigionamento del petrolio a causa dell'incandescente situazione mediorientale, che costrinse l'industria automobilistica americana a pensare a modelli meno dispendiosi dal punto di vista dei consumi energetici. Questione ancora aperta e in cerca di un'opzione concretamente risolutiva, lo sfruttamento degli idrocarburi pesanti implica oggi notevoli problemi morali, ecologici ed energetici: quanto potremo infatti ancora sopportare le conseguenze legate all'estrazione e all'affinamento di tali sostanze? In realtà, puntualizza Rossi Albertini, il problema è l'uso che noi facciamo dei materiali, e non i materiali in sé: se la sua ricerca comporta un'azione violenta sul sottosuolo, atta ad individuare i sedimenti bituminosi, il petrolio è ad esempio alla base della produzione di tutte le materie plastiche, straordinario ritrovato della scienza senza il quale non avremmo la maggior parte degli oggetti che utilizziamo nella vita di tutti i giorni. Codificata agli inizi degli anni Novanta, la scienza dei materiali è una disciplina relativamente nuova, che dimostra come essi siano un'importante risorsa per l'evoluzione tecnologica. Basti pensare al grafene, che valse ai suoi ‘inventori' il premio Nobel: un materiale semplice in verità, composto da uno strato di atomi di carbonio, ottenuto a partire dalla grafite e dal banale scotch; sensibile, trasparente, centinaia di volte più resistente dell'acciaio a parità di spessore e dotato di una conducibilità termica superiore persino al rame e all'oro. Come nel caso degli idrocarburi, anche per le plastiche e i nuovi derivati il problema è però sempre lo stesso, quello dello smaltimento, considerato il fatto che solo negli Stati Uniti, ogni settimana, vengono depositati all'incirca 12 nuovi polimeri plastici, mentre un'isola di spazzatura di dimensioni paragonabili al continente australiano galleggia nelle acque oceaniche. Con la convinzione che l'industria, diversamente da come si comporta da sempre, non dovrebbe mai scaricare sull'utente finale la responsabilità dell'uso e del riciclo di ciò che essa produce, Tozzi sostiene che nel prossimo futuro non esisterà più una generazione centralizzata delle risorse, ma tutto sarà declinato al locale con centraline anche condominiali. Ma come mai, nonostante i progressi delle scienze in questo campo, siamo ancora così lontani dalla meta? I motivi sono diversi e molteplici, dagli interessi economici delle corporation alla resistenza culturale, fino alla diffidenza dei governi, che temono per la riconversione degli impianti industriali nazionali. In un momento storico in cui urge un ripensamento collettivo, al fine di sostenere un carico di richieste destinato a crescere insieme con la popolazione mondiale, l'azione di stimolo esercitata in questo senso dalla comunità scientifica si rivela sempre più indispensabile, per creare una coscienza collettiva diffusa e capace di generare un vero cambiamento. 

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