08.09.2013

MESSICO - COLOMBIA 1 - 1

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Chi potrebbe rappresentare il meglio della letteratura latino-americana contemporanea e prendere il testimone da giganti del calibro di Rulfo e Gàrcia Màrquez? Ecco due scrittori di prima razza accomunati dal giornalismo e da una buona dose di ironia. Il primo è il messicano Juan Villoro ("Chiamate da Amsterdam", "La piramide"), che vanta un passato da deejay e addetto culturale; il secondo è il colombiano Santiago Gamboa ("Morte di un biografo", "Preghiere notturne"), per anni corrispondente dall'Europa per "El Tiempo di Bogotà". Al giornalista Riccardo Romani il compito di guidare la conversazione.

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Un incontro acceso come una partita di calcio, il Messico di Juan Villoro contro la Colombia di Santiago Gamboa, con Riccardo Romani ad arbitrare. L'obbiettivo dell'incontro era dimostrare che l'America Latina, pur essendo sotto certi aspetti l'entità unitaria che il mondo europeo immagina, è una realtà complessa ed eterogenea, proprio come il calcio e la letteratura possono dimostrare. Messico e Colombia, ad esempio, sono due paesi molto distinti pur avendo una storia interconnessa; una storia spesso drammatica, fatta di narcotraffico, cartelli della droga, delinquenza e violenza. «Il Messico vive oggi i problemi che la Colombia viveva venti trenta anni fa», spiega Gamboa, «proprio come García Marquez aveva predetto»; problemi che non riesce a risolvere a causa dell'approccio militare del governo messicano che teme la 'colombizzazione' «senza capire», interviene Villoro, «che 'colombizzarsi' significherebbe superare questa crisi della legalità fronteggiando il problema dal punto di vista socio-educativo, proprio come ha fatto la Colombia». Ma il Messico non è solo questo, ci assicura Gamboa: per quanto riguarda la letteratura e l'editoria, infatti, rimane uno dei paesi più all'avanguardia nel panorama latinoamericano, grazie alla tutela statale di cui godono gli scrittori. Condizione che, sì, ha reso possibile la nascita di istituzioni culturali uniche nel continente sudamericano ed ha incoraggiato una letteratura civile progressista rispetto all'arretratezza del paese in altri ambiti, ma allo stesso tempo ha inibito il pensiero critico incrementando la scrittura a servizio del potere. «La conseguenza di questa situazione è la mancanza di trasparenza e di verità, dal momento che il paese ha vissuto per settantuno anni sotto lo stesso regime, che manipolava l'informazione a suo piacimento». Da qui le teorie di cospirazione che pervadono la storia latinoamericana, ed in particolare quella messicana, «come per esempio la leggenda secondo cui il Messico avrebbe rubato, con un complotto, alla Colombia il ruolo di paese ospite ai Mondiali di calcio del 1986», ammicca Romani. Così si inizia a parlare di calcio e di quanto questo sport abbia influenzato il continente sudamericano, «come quando Maturana, portiere della nazionale, dopo essere stati eliminati da Italia '90 ha detto 'non importa, è meglio perdere' e il governo colombiano lo ha preso in parola iniziando le trattative per il libero scambio», scherza Gamboa. 
Romani propone allora un gioco che il pubblico apprezza molto: comporre una squadra ideale della letteratura latinoamericana. Compaiono grandi nomi come Bolaño, Borges, Vargas Llosa («già mettendo tutti i suoi libri in fila si otterrebbe una bella barriera per un calcio di punizione» giustifica Villoro), Padura Fuentes e molti altri. A questo punto si alza qualcuno dalla platea, è proprio lui, Leonardo Padura: «vi ringrazio molto per avermi citato, ma sappiate che io sarei uno di quei cubani che si presentano in campo con il guantone da baseball!».

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