06/09/2012 - Blurandevù

BLURANDEVÙ, Volontari, all'intervista!

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«Le storie si raccontano se qualcuno te lo chiede. Quando, da bambini, ci sedevamo davanti alla porta di casa c'era sempre uno che, dopo un momento di silenzio, diceva in sardo: 'Nonna, accendi il racconto'. Come se fosse fuoco per scaldare gli altri». Il fuoco delle storie di Michela Murgia, dall'esordio di "Il mondo deve sapere" sino ai più recenti "Ave Mary" e "L'incontro", sta nella tensione etica che le attraversa nell'apparente diversità dei temi - la dignità del lavoro, la relazione con la morte, il sentimento del mistero, le rivendicazioni di genere, l'appartenenza dialettica alla famiglia e alla comunità -, o nello sguardo potente sul mondo dei giovani e giovanissimi protagonisti delle sue narrazioni. E a scaldarsi questa volta saranno i ragazzi di "blurandevù".

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Annunciata da coperchi di pentole usati come piatti, Michela Murgia ieri sera ha fatto il suo ingresso in piazza Virgiliana per incontrare i ragazzi di "blurandevù" in quella che è stata una delle interviste più difficili della sua vita. Non solo ha dovuto rispondere a domande complicate, intelligentemente pensate, ma ha perfino cantato sulle note di Fabrizio de Andrè (e se un giorno si stancasse di scrivere, ai tanti lavori già svolti potrebbe aggiungere quello di cantante).
Michela Murgia è un'autrice sarda molto legata alla sua terra e alla sua lingua, eppure il sardo non entra nei suoi libri. Si tratta di una scelta legata alla volontà di arrivare ad un pubblico il più vasto possibile, che va in senso opposto rispetto a quella operata da molti altri scrittori in altre zone del mondo (pensiamo ad esempio agli autori africani), che scelgono invece di scrivere in lingue meno conosciute, per affermare la propria identità. Eppure il rapporto dell'autrice con la lingua è più complesso. Secondo lei le lingue migrano come le persone, si contaminano a vicenda creando un linguaggio nuovo ed è quanto è successo in "Acabadora". Un parlante italiano legge il libro e lo comprende, ma solo un parlante sardo che abbia studiato l'italiano a scuola e quindi sia bilingue può capirlo fino in fondo e sentire che la lingua in cui è stato scritto gli appartiene.
Così come per il linguaggio, anche il suo rapporto con internet, di cui si definisce una «fan sfegatata», è in contro tendenza con le posizioni di molti intellettuali che accusano web e social networks di distruggere le relazioni sociali e impoverire la lingua italiana. Senza internet non avremmo potuto conoscere la Michela Murgia scrittrice, visto che il suo primo romanzo nasce da un blog; e proprio l'anonimato della rete le ha permesso di dialogare con i suoi colleghi sparsi in tutta Italia come non avrebbe mai potuto fare nel mondo reale. Al momento di scrivere "Acabadora", nonostante avesse ormai un contratto con una delle più importanti case editrici, è tornata a servirsi di internet, copiando su messenger i brani appena scritti e ricevendo da amici sconosciuti improvvisatisi editors un feedback immediato. Il mondo virtuale pertanto non è una minaccia al mondo a cui siamo stati abituati finora, piuttosto è uno strumento in più rispetto al passato ed è complementare alla realtà.
I ragazzi di "blurandevù" hanno poi chiesto all'autrice di scegliere tre donne da «mettere sul podio». La scelta è caduta su tre donne che combattono, che sono per lei modelli a cui ispirarsi: Mariella Cao, che da venticinque anni si batte per la demilitarizzazione della Sardegna; Chiara Vigo, l'ultima tessitrice e pescatrice di bisso, filato preziosissimo ricavato da un mollusco che vive sui fondali sardi, e Gisella, direttrice di una 'casa matta'.
La serata si è infine conclusa con le parole ombrello: i vocaboli che in qualche modo ci proteggono; quella di Michela Murgia è 'tecnicamente', poiché quando sente che qualcuno la usa, si rilassa, pensando «questa persona sa quello che dice». Il pubblico, uscendo, ha potuto a sua volta scrivere la propria parola ombrello sulla lavagna di "blurandevù".

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