07/09/2012 - L'appetito vien leggendo

LE COMPLICAZIONI DELLA CUCINA KASHER

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Ne Il lamento del prepuzio, Shalom Auslander affronta con grande ironia l'immensa mole di problemi che deve affrontare chi vuole cucinare, secondo la Kasherut, un cibo idoneo ad essere consumato da un ebreo, in accordo alle regole alimentari ebraiche stabilite nella Torah, interpretate dall'esegesi nel Talmud e codificate nello Shulchan Aruch. Il compito è talmente arduo da mettere a rischio uno dei più grandi piaceri della vita: mangiare. Intervistato dalla giornalista Silvia Ceriani, Auslander racconta le peripezie della sua infanzia legate alla cucina ortodossa newyorkese mettendole concretamente a confronto con la tradizione della cucina ebraica padana di cui, a lui e al pubblico, vengono offerti alcuni assaggi durante l'incontro.

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Shalom Auslander, di famiglia ebraico-ortodossa, è un giovane scrittore newyorkese che ha al suo attivo tre romanzi dal titolo curioso e ironico: "Il lamento del prepuzio", "A Dio spiacendo" e "Prove per un incendio", quest'ultimo presentato al Festivaletteratura. La sua specialità è lo humor, caratteristico della tradizione ebraica nel suo filone americano, utilizzato non semplicemente per divertire ma soprattutto per riflettere, criticare e autocriticarsi. La Casa Slow Food continua ad accogliere gli incontri del percorso "l'appetito vien leggendo" e a preparare agli autori e al pubblico piattini di ricercata prelibatezza. Silvia Ceriani, giornalista eno-gastronomica e direttrice della rivista Slow Food, intervista l'autore con l'aiuto dell'interprete. Sul tavolo campeggia un imponente pane azimo. La prima domanda riguarda la difficoltà della scrittura, poiché Auslander stesso confessa, in corso d'opera, di cancellare e riscrivere continuamente per timore di qualche punizione divina, soprattutto perché all'epoca del suo primo romanzo la moglie era in attesa del loro primo figlio: su ogni cosa incombe la paura di aver scritto qualcosa di contrario alla legge divina e di essere perciò giudicato e punito attraverso la sua famiglia. È dunque tanto assoluta l'obbedienza a Dio? Ed eccola prima sorpresa, bisogna sottrarsi abilmente alla cattiveria di Dio! La seconda domanda riguarda il cibo e all'autore viene chiesto se quando fa la spesa o mangia pensi costantemente se sta o no seguendo i precetti della cucina kasher: la risposta è quasi ovvia, egli si è progressivamente affrancato, dall'infanzia alla giovinezza, dalle regole più rigide; il suo stomaco però si era ormai assuefatto a certi cibi e a certe preparazioni, inviando alla sua mente segnali perentori così forti da piegarlo all'ubbidienza... Una confessione curiosa: impossibile mangiare un'aragosta se vista prima da viva, o dei gamberi non sgusciati, con gli occhietti ammiccanti e le antennine. Nel frattempo Casa Slow serve agli spettatori, comodamente seduti ai tavoli, piatti realizzati secondo l'antica tradizione delle famiglie ebraiche mantovane, le benvenute in città fin dal tempo dei Gonzaga per la loro intraprendenza economica: fettine di pane azimo con petto d'oca affumicato, tagliolini freddi in gelatina di brodo di carpa, bigoli e sardelle, il tutto accompagnato da un Trebbiano di Orvieto, il Vico Cardeto. L'autore non assaggia alcunché essendo intollerante al glutine, ma apprezza il buon vino. Mentre i commensali si deliziano e si stupiscono al racconto di aneddoti ebraico/mantovani/newyorkesi, l'intervista procede toccando altri argomenti: come educa l'autore i suoi figli? Avendo sofferto per l'inflessibilità dei suoi genitori, desidera solo la loro felicità, guidandoli comunque alla distinzione tra il bene e il male, facendo coltivare loro l'amore; meglio i personaggi dei fumetti, afferma, piuttosto che un Dio cattivo, quelli almeno non sono sempre arrabbiati... Che cosa mangia lui stesso? Molte verdure e pesce, risponde a una domanda rivolta dal pubblico. Che cosa pensa dei movimenti ambientalisti, delle diete salutiste e simili? Che talvolta riproducono precetti rigidi quasi come quelli religiosi da lui tanto aborriti. Che cos'è la trasgressione? Quand'era giovane significava infrangere regole altrui, poi è diventato vero e proprio amore per il peccato, perché senza di esso non sarebbe arrivato a scrivere i suoi libri: la consapevolezza del peccato dà la gioia e la forza di infrangere le regole per andare oltre i limiti imposti. Quanto noioso sarebbe il Paradiso, e quanto più interessante l'Inferno! Su questa affermazione scoppia e poi si spegne un lungo applauso per l'autore, che poi concede al Festivaletteratura una frizzante intervista.

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