08/09/2012 - Lavagne. Problemi per leggere l'economia

CAPITALE UMANO

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L'aggettivo in più fa davvero la differenza? Un capitale - se umano - viene investito, speso, conservato meglio nella nostra economia? E con quali vantaggi e ostacoli? Quest'anno le "lavagne" si fanno in tre: alle originali spiegazioni di problemi scientifici per sola voce e lavagna, si aggiungono le doppie serate musicali di scrittura e ascolto e il minimo vocabolario economico per comprendere la crisi.

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In piena recessione, pensare al capitale come a qualcosa di immateriale è piuttosto semplice: la ricchezza è volatile, per dirlo con le parole degli economisti, e un differenziale, altro 'oggetto' non identificato, è diventato poco a poco l'untore d'Europa. Difficile, semmai, è definire 'umano' il capitale. Non si tratta, come potrebbe sembrare, delle belle speranze di qualche filosofo dell'economia rivoluzionario, che sogna di 'umanizzare il capitalismo'. Come spiega Tito Boeri alla "lavagna" di piazza Mantegna, si tratta di un particolare tipo di capitale, immateriale come si diceva, ma non certo rivoluzionario, se si pensa che Adam Smith ne scriveva già nel 1776, nel suo classico "La ricchezza delle nazioni". Il capitale umano, in effetti, esiste praticamente da sempre. Due parole che racchiudono la possibilità di donne e uomini di acquisire capacità, conoscenze, "saper essere" e "saper fare", investendo su se stessi. Il che implica spendere in un primo momento, per poi avere un ritorno, a beneficio proprio e di tutta la società. Una chiave del progresso, insomma, o della crescita, per essere al passo con i nuovi totem. Lo dimostrerebbe una letteratura vastissima, anche se una relazione tra due variabili pone sempre un problema di causalità: perché come può darsi che l'essere più talentuosi, capaci, istruiti garantisca maggiori redditi nel mercato del lavoro, può anche essere che la differenza nelle condizioni di partenza, le diverse risorse economiche della famiglia d'origine, consentano una migliore formazione, sia in termini qualitativi e quantitativi. Di sicuro c'è che l'associazione tra capitale umano e crescita va quantomeno a rilento in Italia, come ripete Boeri. E noi aggiungiamo che, anzi, spesso si dice - superficialmente - che il lavoro c'è, e quello che manca è la disponibilità a svolgerlo, specie da parte dei più giovani. Si ragiona sempre sull'offerta nel mercato, 'colpevole' di non seguire la domanda, le imprese; un lamento che poi si estende al sistema universitario nel complesso. Qui s'inceppa la logica del capitale umano, perché viene meno l'aspetto dello scambio più virtuoso insito in questo concetto. Perché il capitale umano è un patrimonio che ogni individuo può accumulare a proprio vantaggio, ma acquista il valore che una società è in grado di attribuirgli. Servono, in altre parole, istituzioni che facilitino, e non ostacolino, la realizzazione di un progetto che, anche se può sembrare intimo, personale, ha un grande potenziale collettivo, quello di innovare, far crescere non solo il PIL di un paese, ma anche la cultura dei suoi cittadini. La logica prevalente, invece, quella dell'offerta che «si deve adeguare», è più un istinto di conservazione, dove il massimo che si può ottenere è quello di cambiare tutto per non cambiare niente. Servono, dunque, riforme, parola che si ripete ormai così tanto, che forse dovremo aspettare altre "Lavagne" per poterne apprezzare di nuovo il significato.

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