08/09/2012 - Vocabolario europeo

VOCABOLARIO EUROPEO, La parola (d)agli autori

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Jaume Cabrè: dal catalano, 'nosa' s.f.: 'intralcio'; David Fauquemberg: dal francese, 'écho' s.m.: 'eco'; coordina Lucilla Pizzoli

Catalano, francese, islandese, italiano, olandese, polacco, romeno, svedese, tedesco e ungherese: queste le lingue rappresentate nel "Vocabolario Europeo" 2012. Dieci nuovi lemmi, dieci nuove porte d'accesso all'intreccio delle culture del nostro continente e al lavoro che ogni autore conduce sulla lingua per trovare, raccontare e condividere il proprio mondo. Ai linguisti Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lucilla Pizzoli il compito di mettere in dialogo, ogni giorno, due parole e due scrittori.

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Catalano
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«Tutte le parole sono importanti per una lingua. Nessuna riesce a definirci come collettività o come popolo, a meno che non si voglia cadere nell'imprecisione dei luoghi comuni». Così l'autore catalano Jaume Cabré, ospite dell'appuntamento di "vocabolario europeo" di quest'oggi, come molti altri degli autori partecipanti alla sesta edizione, spiega come la sua sia stata una scelta più emotiva e istintiva. «Scelgo una parola bella, semplice e popolare con un retrogusto antico: la parola 'nosa'». 'Nosa' deriva dal latino 'nausea', che a sua volta risale al greco 'nautia' ('mal di mare'). In italiano è traducibile con 'intralcio'. 'Intralcio' è una parola comune e molto concreta, che però si eleva a simbolo della vita stessa. Gli ostacoli che una persona incontra lungo il proprio cammino la formano, la plasmano. Il romanzo, essendo, secondo i principi classici dell'arte, imitazione della realtà, deve raccontare di intralci. Una narrazione priva di 'nosa' sarebbe «plana, antinarrativa». Anche lo scrittore affronta una grande 'nosa', quando si trova davanti a un foglio bianco e deve scrivere. «La scrittura è un miracolo, che porta da zero a qualcosa, a una storia». Lo scrittore supera la propria 'nosa', quando riesce a creare un mondo verosimile, nel quale far vivere i propri personaggi. David Fauquemberg, autore francese ospite insieme a Cabré, è rimasto affascinato dalla parola 'écho', mentre si dedicava allo studio dei gitani andalusi, che definiscono 'senza eco' un canto piatto, privo di emozione. L'eco nella scrittura, come nel riverbero di un microfono, è fondamentale: l'autore «orientandosi a orecchio, ricerca l'eco, quel momento in cui le parole pazientemente disposte entrano in vibrazione e producono un suono pieno». La parola 'eco' richiama subito alla memoria alcuni grandi miti dell'antica Grecia. Da un lato la sventurata ninfa condannata da Giunone a ripetere solo le parti finali delle frasi. Esprime, dunque, la sofferenza che si prova nell'impossibilità di comunicare. Un limite molto umano, per il quale spesso i primi a soffrire sono proprio gli scrittori. A volta ci si sente sopraffatti dall'ineffabile e con voce flebile si tenta di ripetere qualche sfumata parola. Dall'altro lato l'inganno delle sirene nell'"Odissea": per tentare Ulisse, facevano eco alla voce della fedele Penelope. Qui l'eco si connota di subdola menzogna, che allontana chi ascolta dalla verità. Come quando in montagna si ha l'impressione che ci sia qualcuno che parla all'altro lato del monte, e invece è soltanto la propria eco. 'Intralcio' ed 'eco', dunque, sono indissolubilmente legati sia nella realtà fisica sia nella letteratura. Scrive Fauquemberg: «L'eco nasce da una resistenza, dall'ostacolo, posto alla giusta distanza. Lo scrittore lo sa bene, perché la sua arte, anch'essa, è questione di suono». Il segreto per combattere il piattume nello scrivere è creare una perfetta combinazione di trama, costellata da 'nosas' che portano alla crescita dei personaggi o allo sviluppo degli eventi, ed 'eco'. Le parole devono risuonare libere negli spazi e nei vuoti creati con l'inchiostro dall'autore, per poi vibrare leggere sul lettore e nella mente del lettore.

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