07/09/2013 - Translation slam

Mathias Énard con Vincenzo Barca e Daniele Petruccioli

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Piccolo ripasso per chi non ha partecipato alle precedenti edizioni di "translation slam". Uno scrittore straniero consegna un breve racconto, o qualche sua pagina ancora non pubblicata in Italia, a due dei suoi traduttori, i quali - ciascuno per conto proprio - s'impegnano a scrivere una traduzione del testo di sfida. Durante l'incontro al Festival i due contendenti sono chiamati a presentare la loro proposta all'autore e al pubblico, i quali - dopo un'animata discussione - decreteranno il vincitore. Il premio della vittoria, per tutti, sarà il confronto sulle scelte, sugli ostacoli che si celano dietro una parola o un giro di frase, sulle specificità di ciascuna lingua e sull'appassionante (e difficile) lavoro del traduttore.

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Francese

Dinamico incontro quello tenutosi oggi, nella cornice di Santa Maria della Vittoria, nell'ambito del progetto "Translation Slam".
Dinamico sia per il numero di traduttori presenti che per il confronto tra due stili diversi del  tradurre: uno unanimemente riconosciuto dai suddetti come 'meno irregimentato', cioè quello di Daniele Petruccioli, e uno più, nelle parole autoironiche del traduttore Vincenzo Barca, meno ardimentoso e più «da redattore tipo».
Alla presenza dell'autore e, si noti bene, anche traduttore, Mathias Énard, del coordinatore dell'incontro Giovanni Zucca, produttore e traduttore, e dell'interprete Marina Astrologo, presente in teoria solo in veste di interprete per l'autore ma in alcuni momenti prezioso apporto di un punto di vista femminile, abbiamo assistito ad un vivace dibattito sull'arte del tradurre.
I due traduttori si sono cimentati su un racconto breve di Énard: "Migration".
Indipendentemente dal buon esito di entrambe le traduzioni, certificate dall'autore stesso che ha plaudito per il lavoro, abbiamo visto come si possano effettuare delle scelte molto divergenti a partire da un testo comune.  
Come spiega Zucca, il modo di tradurre non può essere totalmente svincolato dal retroterra dei traduttori: il tipo di formazione professionale, la storia personale che li ha portati ad approcciare il mestiere e, chiaramente, le diverse 'regole' a cui si attengono per elaborare una traduzione, possono portare a scelte anche molto lontane tra loro.
In questo senso abbiamo appreso, ad esempio, come per Barca la misura del testo vada conservata, e di come lui cerchi nell'ambito del possibile, di mantenere lo stesso numero di parole dell'originale anche nella traduzione.
Petruccioli invece parte da un presupposto diverso: per lui è più importante che nel lavoro finale siano rispettati il ritmo e il tono della frase del testo di partenza.
Su questo tema è intervenuto anche Mathias Énard, che ha partecipato con trasporto alla discussione perché a sua volta svolge anche la professione di traduttore, spiegandoci di come istintivamente anche per lui il ritmo e il tono della frase di partenza andrebbero rispettati, ma come poi sia stato portato dalle indicazioni degli insegnanti a puntare maggiormente sul rispetto della misura del testo.
Per Giovanni Zucca la traduzione letterale è un falso problema: quello che conta è la fedeltà al testo. In accordo con Zucca, Petruccioli ci spiega che per lui la traduzione è legata alla scrittura, all'idea che ti fai del testo stesso man mano che lo traduci e che per questo sente il bisogno di immedesimarsi in esso. Se la stessa idea traspare anche dalla versione in italiano, vuol dire che hai lavorato bene.
Per Barca invece risulta più spontaneo aderire, ove possibile, in maniera letterale al testo perché, asserisce con umorismo, «non sono uno che osa molto». Per lui, aggiunge, è molto importante capire come si sviluppa l'azione dello spazio, come il personaggio si muove nella scena.
Oltre alle divergenze, durante il confronto sono emersi anche dei problemi comuni che i presenti incontrano frequentemente nel loro lavoro, in particolare per la scelta dei dimostrativi e dei tempi verbali, non sempre scontata, e per la scelta del registro da tenere nella traduzione, sia per la difficoltà, che talvolta si presenta, di capire quale sia il registro usato dall'autore nella lingua di origine, sia perché alcune lingue hanno un registro unico e quindi la preferenza per la resa in italiano rimane onore e onere del traduttore.
Un altro punto su cui c'è stato un accordo unanime è la difficoltà della trasposizione in italiano di lingue che abbiano subito delle trasformazioni nella storia 'recente', come ad esempio il portoghese parlato in Sudamerica o in alcuni stati africani: i presenti concordano sulla difficoltà di rendere con l'italiano gli apporti delle contaminazioni linguistiche e dei rinnovamenti che hanno subito queste lingue nel corso del tempo.
Giovanni Zucca, a proposito delle difficoltà che si incontrano in questo lavoro, dice che gli piace molto l'immagine del traduttore come 'contrabbandiere' di significati tra le varie lingue e che trova molto adeguata la definizione di «commensuratore dell'incommensurabile».
L'incontro è terminato con un intervento di Énard che ci ha riportati al fascino di questo mestiere, a come sia «un'attività straordinaria e difficile» che necessita di un ritmo molto particolare e di come sia un lavoro importante e interessante in Europa e per l'Europa e che per questo, ha concluso, «ho trovato bellissimo questo pomeriggio passato con voi».

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