09/09/2011 - Tracce. Live e on demand su telecomitalia.com

TOCQUEVILLE E LA DITTATURA DELLA MAGGIORANZA

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«Quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte» scrive Alexis de Tocqueville, «non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge». Ce lo ricorda Piero Dorfles.

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Se Alexis de Tocqueville arrivasse all'improvviso oggi, venerdì nove settembre, a Mantova, in piazza Sordello per il ciclo di appuntamenti "Tracce", noi tutti avremmo una grande occasione di capire meglio la situazione politica nella quale siamo sciaguratamente piombati e trarremmo una grande utilità dal suo insegnamento. Il cammino di pensiero che portò il filosofo francese da una concezione marcatamente reazionaria ad una di stampo prettamente liberale passa attraverso lo studio della realtà politica e sociale dell'America degli anni trenta del diciannovesimo secolo. Paventando i pericoli di una deriva autoritaria della concezione democratica della società, Tocqueville auspica la messa a punto di un apparato di contropoteri che possano mitigare le spinte personalistiche e individuali del potere oligarchico. Il tutto avendo ben presente non solo un principio di uguaglianza che sia ben radicato nell'anima di un popolo e della sua classe politica, ma concentrando maggiormente l'attenzione sul concetto di 'avvenire' che noi tutti, che lo vogliamo o no, abbiamo di fronte e che troppo spesso, di questi tempi, viene abbandonato a favore di una sterile e nevrotica prigionia nel presente. Tocqueville ci spiegherebbe, ad esempio, come l'abolizione della tassa di successione è in realtà la soppressione di un principio basilare di solidarietà umana, prima ancora che di giustizia civile. Fortunatamente per noi, ce lo ha ricordato Piero Dorfles in sua vece.

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